Senkaku, Cina vs Giappone. Tokyo attacca: “Storia e legge dalla nostra parte”

Pubblicato il 27 settembre 2012 0:41 | Ultimo aggiornamento: 27 settembre 2012 1:18

TOKYO – Il Giappone ha alzato i toni dello scontro sulle Senkaku/Diaoyu, le isole controllate da Tokyo e rivendicate da Pechino. All’Assemblea generale dell’Onu a New York il premier Yoshihiko Noda non ha usato mezzi termini per denunciare le ingerenze della Cina e ha affermato perentorio: ”Il Giappone ha la legge e la storia dalla sua parte, e per questo la sovranità sulle isole Senkaku non sarà oggetto di compromesso”. Poche ore prima il faccia a faccia di un’ora tra Yang Jiechi, capo della diplomazia cinese, e il suo omologo Koichiro Gemba, si è chiuso con un nulla di fatto. Nessuno ha mostrato segni di cedimento.

La Cina ha ribadito che le isole sono ”territorio sacro”, in base ai media ufficiali, con Yang che ha tuonato contro la nazionalizzazione delle isole decisa da Tokyo: ”Una negazione della vittoria nella guerra mondiale antifascista e una sfida all’ordine internazionale post bellico”. Il Giappone ha chiesto un freno all’escalation della tensione e la gestione ”adeguata” dei danni alle proprie imprese, un bersaglio nei giorni scorsi delle proteste in 100 città cinesi. Gemba ha ammesso che la bilaterale, la prima di alto livello dall’acquisto dell’11 settembre di tre delle 5 isole del piccolo arcipelago da parte del governo nipponico, si è svolta in una atmosfera ”molto pesante”.

L’unica nota positiva, nel gelo generale, è stato l’impegno a mantenere il dialogo ”a diversi livelli”, ha confermato da Tokyo il capo di gabinetto Osamu Fujimura (”non esiste la bacchetta magica, abbiamo bisogno di colloqui su vari canali, secondo un ampio punto di vista”). Le relazioni d’affari, capaci di sviluppare un interscambio di 345 miliardi di dollari, hanno mostrato altri segnali di stress, colpendo ora i colossi nipponici dell’auto che hanno cominciato a pagare il conto delle tensioni in corso col taglio della produzione in Cina per lo spirito anti-Sol Levante Toyota e Nissan hanno deciso di ridurre la produzione degli impianti in Cina, a causa del forte sentimento anti-giapponese, malgrado il mercato locale sia il primo al mondo.

Il gruppo di Nagoya ha approvato 4 giorni di chiusura in più da oggi presso lo stabilimento nella provincia del Guangdong, in aggiunta agli 8 d’inizio ottobre della Festa della fondazione della Repubblica popolare cinese. Nissan ha varato uno stop di altri tre giorni in 3 fabbriche di assemblaggio, dal 27 settembre al 7 ottobre. Honda e Mazda stanno valutando provvedimenti analoghi, mentre Suzuki ha tagliato la produzione in uno dei sei impianti. ”C’è un boicottaggio in atto dei prodotti giapponesi e lo scenario è complicato”, ha detto all’Ansa un portavoce della Suzuki.