Coronavirus, Africa teme e scaccia l’uomo bianco untore

di Alessandro Camilli
Pubblicato il 23 Marzo 2020 13:23 | Ultimo aggiornamento: 23 Marzo 2020 13:23
Coronavirus, Africa teme e scaccia l'uomo bianco untore

Coronavirus, Africa teme e scaccia l’uomo bianco untore (Foto Ansa)

ROMA – Preso a pietrate e scacciato. E’ il contrappasso, e la cronaca, dell’uomo bianco in Africa. Non il doloroso e forse dovuto saldo del colonialismo e dello schiavismo. Semplicemente, si fa per dire, l’effetto del Coronavirus. E della solita massa di disinformazione social. In Europa, e a breve negli Usa, il numero più alto dei contagi. E gli europei, noi, i bianchi, siamo gli untori. I diffusori di virus da evitare e scacciare il più lontano possibile. Come appestati.

Nella storia c’è spesso dell’ironia. Anche nei momenti più drammatici. E non c’è dubbio che quello che noi italiani, ma anche noi Mondo stiamo vivendo, sia uno dei momenti più drammatici della storia recente. L’epidemia, anzi la pandemia di Cornavirus ha già mietuto migliaia di vite e sconvolto le nostre economie, lasciando cicatrici che probabilmente dobbiamo ancora scoprire e che, nel migliore dei casi, ci vorranno anni per dimenticare.

In questo quadro, nel continente culla dell’umanità, ad oggi fortunatamente e clamorosamente solo sfiorato dal virus, si assiste ad un capovolgimento delle abitudini sociali. Lì, da qualche secolo, l’uomo bianco era visto, magari con odio giustificato, come il ‘signore’. Colui che aveva denaro e potere e per questo andava rispettato. Un rispetto non certo guadagnato con opere di merito, ma con il terrore e il dominio.

Dal dominio l’Africa si era più o meno affrancata, ma la sudditanza psicologica era fino a ieri rimasta nelle società di quel continente. Oggi, con il Coronavirus, la situazione ha fatto una giravolta di 180 gradi, e da signore l’uomo bianco è diventato untore.

In Etiopia un professore è stato assalito a colpi di pietre e un ragazzo è stato costretto a fuggire da uno spazio di co-working nel quartiere di Bole. I ferengi, stranieri nella lingua locale, sono guardati con sospetto nella nuova metro esterna costruita dalla Cina e nei popolari punti di incontro dove viene servito il rinomato caffè etiope. Accusati di essere i vettori del virus per strada veniamo chiamati amichevolmente ‘corona’.

Un susseguirsi di episodi che ha spinto l’Ambasciata americana in Etiopia ad emettere un comunicato in cui si invita americani e stranieri a non uscire da soli ed evitare i mezzi pubblici, mentre anche il nostro ministro degli esteri ha parlato della situazione invitando gli italiani che non si sentono sicuri a rientrare. In Sudafrica, a Johannesburg, un autobus, con decine di turisti europei a bordo, è stato apostrofato con lo slogan ‘corona, corona’ costringendo l’autista ad abbandonare l’area in cui si trovava.

Alcuni episodi per raccontare un fenomeno, una rivoluzione sociale figlia della paura. In fondo anche noi solo poche settimane fa facevamo più o meno lo stesso con i cinesi. E anzi con gli orientali in generale perché, come diceva uno dei personaggi di Carlo Verdone in uno dei suoi film, ‘so’ tutti uguali e chi li riconosce?’.

Paura che in Africa come nella vecchia Europa va a braccetto con l’ignoranza e ignoranza che, in Africa come in Europa e nel mondo, ingrassa sui social. I vari episodi di intolleranza più o meno gravi hanno alle spalle i post di molti utenti che accusano occidentali e bianchi ricchi sudafricani di “importare il virus” e diffonderlo nel Paese e false notizie come quella della positività al Covid-19 di Tom Gardner, corrispondente del settimanale economico inglese The Economist.