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Coronavirus, il modello Corea del Sud: controllo della popolazione con le app

di Caterina Galloni
Pubblicato il 17 Marzo 2020 7:04 | Ultimo aggiornamento: 16 Marzo 2020 19:08
Coronavirus, Ansa

Coronavirus, il modello coreano: controllo della popolazione con le app (foto Ansa)

ROMA – La diffusione del coronavirus potrebbe essere tenuta sotto controllo con lo smartphone? La cosa più semplice sarebbe che Apple e Google aggiornassero il software degli smartphone affinché tengano traccia dei contatti tra le persone.

L’esperienza della Cina e della Corea del Sud al riguardo è è confortante ma l’app al contempo potrebbe sollevare dei dubbi sul livello di privacy e sicurezza. In Corea del Sud, milioni di telefoni cellulari emettono contemporaneamente un segnale acustico con l’inquietante scritta “Emergency Alert”, avviso di emergenza.

Nel pieno di una pandemia i messaggi sono più che semplici avvertimenti urgenti di lavare le mani ed evitare la folla. Offrono dettagli personalizzati sulla città, il quartiere, il luogo in cui è stato individuato l’ultimo paziente.

L’uso di un’app per contrastare la diffusione dei virus, risale al 2011: nel Regno Unito, due scienziati della Cambridge University hanno studiato un modo per monitorare e modellare la diffusione dell’influenza.

L’app FluPhone che utilizzava Bluetooth e altri segnali wireless come proxy per le interazioni tra le persone e chiedeva agli utenti di segnalare sintomi simil-influenzali. La rivista Wired spiega:”Se l’utente avesse pranzato con una persona che in seguito si era ammalata, FluPhone lo avrebbe notificato.

Oltre a rallentare la diffusione dell’influenza, l’app prometteva di aiutare le autorità sanitarie a monitorare e modellare la diffusione dell’influenza”. Nel 2017 BBC 4 aveva pubblicizzato l’app come “il primo salvavita in assoluto in caso di pandemia”. L’app gratuita, aveva spiegato la BBC “raccoglierà anonimamente dati importanti sugli spostamenti degli utenti nell’arco di 24 ore.

Verranno richieste delle informazioni sul numero di persone con cui sono entrati in contatto nella giornata. I dati saranno utilizzati per simulare la diffusione di una malattia altamente infettiva e capire cosa potrebbe accadere quando – non se – una vera pandemia colpirà il Regno Unito”.

Ma alla fine, commenta Wired, a Cambridge meno dell’1 percento delle persone si sono iscritte per utizzare l’app. Ora è il turno degli Stati Uniti. Alcuni tecnici ipotizzano di utilizzare gli smartphone per tracciare e segnalare i contagi. L’idea solleva molte domande, inclusa quella su quanto funzionerebbe effettivamente un sistema di questo tipo. Se, ad esempio, potrebbe scatenare allarme o confusione e se potrebbe consentire un’indesiderata sorveglianza aziendale o governativa.

I realizzator di FluPhone, Jon Crowcroft ed Eiko Yoneki, sono convinti che un’app analoga alla loro potrebbe essere d’aiuto a contrastare il coronavirus. “Gli organismi di tutela della salute potrebbero usarla per compilare dei dati cartografici anonimi”, il che potrebbe aiutare a ridurre la diffusione, afferma Crowcroft.

Sostiene inoltre che un’app sarebbe d’aiuto ai ricercatori a capire “per quanto tempo il virus sopravvive su una superficie, quale frazione della popolazione è portatrice asintomatica e a quali risorse mediche rivolgersi”.

A febbraio è stato avviato un progetto open source chiamato CoEpi mirato a sviluppare un’app con funzionalità simili a FluPhone. Ramesh Raskar, professore presso il MIT Media Lab, e altri colleghi stanno sviluppando un’app che consentirebbe alle persone di registrare i propri movimenti e confrontarli con quelli di pazienti affetti da coronavirus, utilizzando i dati forniti dallo stato o dai dipartimenti sanitari pubblici nazionali.

Nel corso del tempo, agli utenti verrebbe chiesto se sono infetti, fornendo così un modo per identificare potenziali contagi in modo analogo a FluPhone.

Fonte: Wired, BBC.