Cronaca Mondo

Difendere il proprio dialetto può far male. Scontri a Canton, in Cina: in carcere chi si oppone al mandarino alla tv locale

In Italia la Lega lotta per valorizzarlo, specie nelle scuole, in Cina invece si battono per fare in modo che non sparisca finendo dimenticato. Protagonista è il dialetto.

Centinaia di persone si sono infatti scontrate con la polizia domenica pomeriggio a Canton, una delle più grandi città della Cina, durante un raduno a difesa del dialetto cantonese, perché le autorità vorrebbero trasmettere in cinese mandarino (lingua ufficiale della Cina) e non più in cantonese buona parte dei programmi della tv locale.

Viene da chiedersi se anche in Italia, dove, al nord e in particolare nel nord est, il dialetto è diventato uno dei temi politici più scottanti, assisteremo ad eventi del genere, magari con i friulani che vedono il loro dialetto minacciato dall’odiato veneto, in piazza a protestare e poi randellati dalle ronde padane. Sempre che alla fine Umberto Bossi non rompa con Silvio Berlusconi, e la polizia di stato, guidata ovviamente da un ministro diverso da Roberto Maroni, faccia una retata tra i propugnatori del dialetto nelle scuole e altre scempiaggini del genere, cosa che in realtà andrebbe fatta fin da subito.

La manifestazione di Canton, la seconda nel giro di alcune  settimane, si era svolta pacificamente, finché centinaia di poliziotti sono arrivati e hanno cercato di interrompere l’evento, provocando tafferugli.

Un giornalista sul posto ha riferito che oltre venti persone sono state portate via dalla polizia, compresi otto giornalisti di Hong Kong, trattenute e interrogate per diverse ore, prima di essere rilasciate.

Canton è una città bellissima, una città di mare, che ha sempre mostrato con orgoglio la sua autonomia culturale. La sua cucina è quella più nota in Italia perché dal suo entroterra sono partiti a migliaia gli emigranti che ora dominano la ristorazione cinese in Italia e stanno ormai estendendosi anche a quella giapponese.

Negli anni bui di Mao e della rivoluzione culturale, Canton si contrapponeva a Pechino in molti modi. Mentre la capitale era abitata da tetre figure tutte infagottate in quegli orribili vestiti blu che sbucavano dal buio delle strade suonando all’impazzata i campanelli dei loro milioni di biciclette, a Canton la gente aveva conservato una parvenza d’allegria, e una folla multicolore dava anche visivamente l’idea di una città di traffici, aperta, per quanto possibile, al ondo.

Canton, in realtà, oggi nessuno in Cina la chiama più così, perché rappresenta un retaggio coloniale, essendo Canton la trascrizione fatta dai portoghesi del nome cinese Guangzhou per la città, Guanhdong per l’intera provincia.

Sia ben chiaro che quando si parla di provincia in Cina non è come parlare di Bergamo o Latina. Il Guangdong, nel sud est della Cina, è la regione più popolata della Cina, che nel 2005 contava 79 milioni di abitanti residenti altri 31 milioni di immigranti, in tutto 110 milioni, che nel frattempo saranno diventati ancora di più, cioè quasi il doppio dell’Italia.

La Cina è un continente e i cinesi non sono una unica etnia, con differenze ancor più estreme di quelle che dividono gli italiani dagli svedesi ad esempio. Anche se la propaganda ufficiale cinese parla con orgoglio di centinaia di etnie diverse, quella dominante è l’etnia Han, che costituisce il 92% della popolazione cinesee, col 20% di share della popolazione mondiale, è anche l’etnia più numerosa del mondo intero.

Gli han hanno il vizietto dell’egemonia, come sanno bene i poveri tibetani e sono anche degli sventratori spudorati, peggio dei francesi e hanno dato la miglior prova di sé in tutti gli angoli del loro mondo, da Singapore, interamente distrutta e rifatta a partire dagli anni ’70, allo Hunan, dove la vecchia architettura tibetana sui monti al confine è stata rimpiazzata da nuovi edifici coperti da bianche scintillanti mattonelle di ceramica.

Adesso è partita la guerra al cantonese, probabilmente inventata da qualche zelante sgherro di un Berlusconi locale. C’è da scommettere che non sarà una scelta indolore.

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