Dylann Roof, stragista di Charleston: “Volevo scatenare la guerra razziale”

di Redazione Blitz
Pubblicato il 19 Giugno 2015 9:26 | Ultimo aggiornamento: 19 Giugno 2015 13:53
Dylan Roof, la strage di Charleston progettata da sei mesi

Dylan Roof, la strage di Charleston progettata da sei mesi

ROMA – Quella strage la meditava da mesi. Un intervallo di tempo in cui Dylann Roof ha covato l’odio e ha costruito quel progetto di morte che si è concluso nella chiesa di Charleston, Sud Carolina, con nove morti e decine di feriti. Ora che l’hanno preso vivo ha confessato quello che già tutti sapevano: che a uccidere 9 innocenti che pregavano in chiesa è stato lui. Prevedibile tanto quanto oscena la motivazione: “Volevo scatenare la guerra razziale”. 

Roof, raccontano i giornali Usa del giorno dopo, era convinto di essere un “ribelle sudista”. Era convinto, nel suo delirio razzista, che l’America fosse finita in mano ai neri, quelli che violentano le donne bianche. Lui quei neri li voleva rinchiusi in un recinto. Li voleva separati dai bianchi. Voleva l’apartheid sudafricano e infatti girava con quel simbolo sulla giacca.

Era iniziato tutto anni prima, quando il killer era ancora uno studente. Un po’ strano, secondo i suoi colleghi. Uno incline alla battuta razzista. Solo che chi lo frequentava pensava fossero battute. Cattivo gusto, maleducazione, rozzezza: niente di più.

E invece Dylann a un certo punto ha deciso di passare ai fatti. Ci ha lavorato per sei mesi. E’ stato inconsapevolmente aiutato da suo padre, quello che gli ha regalato una pistola calibro 45. Hai un figlio “strano”, che prende psicofarmaci, un figlio da cui ti sei allontanato, e gli regali una pistola. Negli Usa funziona anche così. Con quella pistola Roof ha fatto la sua strage ed è fuggito.

Racconta ora un suo amico che Roof parlava spesso di “segregazione razziale” e spiegava di voler “fare la rivoluzione” e quindi uccidersi. Non è stato preso sul serio. Ora, quando non resta che piangere i morti e capire perché, gli investigatori vogliono capire se abbia fatto tutto da solo o se abbia avuto un aiuto da quei gruppi xenofobi cui si era avvicinato. Aveva anche precedenti penali: droga e violazione di domicilio. Cose che non gli hanno impedito di avere una pistola. E di usarla, lui che girava con addosso il simbolo dell’apartheid sudafricano, contro decine di persone che erano in una chiesa per pregare.