Egitto, palazzo di Morsi sotto assedio. Ipotesi spostamento del referendum

Pubblicato il 7 Dicembre 2012 21:35 | Ultimo aggiornamento: 7 Dicembre 2012 21:34

Egitto, protesta davanti al palazzo presidenziale (foto Ansa)

IL CAIRO – Ancora niente dialogo. In Egitto la situazione resta di altissima tensione dopo che le forze di opposizione al governo dei Fratelli Musulmani guidati da Mohamed Morsi hanno deciso di respingere il dialogo col presidente e di fare un sit in a palazzo presidenziale.

Subito dopo la chiusura di una trattativa mai cominciata centinaia di manifestanti hanno forzato i blocchi davanti al palazzo presidenziale dando vita all’ennesimo sit in di protesta. La manifestazione del ‘cartellino rosso’, come l’hanno chiamata gli organizzatori prendendo in prestito il linguaggio calcistico, è andata via via crescendo man mano che arrivavano nel grande viale antistante il palazzo di Ittahadeya i numerosi cortei di protesta che l’incerto appello al dialogo lanciato venerdì da Mohamed Morsi nel suo discorso alla nazione non ha fermato.

A quel punto dalla presidenza  nella serata di venerdì è arrivato un segnale che potrebbe riaprire la strada del dialogo. Il vicepresiente Mahmoud Mekki ha detto che, con certe garanzie dalle opposizioni, Morsi potrebbe rinviare il referendum costituzionale e uno degli esponenti del cartello delle opposizioni ha detto che il Fronte di salvezza nazionale avrebbe valutato la situazione.  

Un piccolo segnale era già venuto nel tardo pomeriggio con l’annuncio della commissione elettorale di un piccolo rinvio di tre giorni dell’avvio delle operazioni di voto per il referendum sulla costituzione previsto per sabato per gli egiziani all’estero. Da giorni i manifestanti e le opposizioni invocano il ritiro del decreto che rende inappellabile le decisioni del Capo dello stato e il rinvio del referendum sulla Costitizione.

”Morsi lazim yemshi (Morsi se ne deve andare ndr) e ”il popolo vuole la caduta del regime” i due slogan più gridati dalle decine di migliaia di persone che per tutto il pomeriggio sono affluite sul viale Marghani, bloccato da un muro di blocchi di cemento allestito dai genieri dell’esercito per impedire ai manifestanti di avvicinarsi a palazzo. Ma i manifestanti ce l’hanno fatta lo stesso e un gruppo è riuscito a salire sui tank con le bandiere egiziane e a farsi pure scattare qualche foto col telefonino.

Per tutta la serata continuavano ad arrivare alla folla notizie dal palazzo, in vista dell’invito lanciato da Morsi alle opposizioni per sabato. La prima dava la disponibilità di Morsi ad un rinvio del referendum costituzionale a condizione che le opposizioni si impegnassero a non impugnare la decisione con l’obiettivo di invalidare il quesito: questo perché in base alla dichiarazione costituzionale emanata dal Consiglio militare nel marzo dell’anno scorso il referendum consultivo va indetto a quindici giorni dalla consegna del testo della costituzione nelle mani del presidente. La seconda veniva direttamente da Mohamed el Baradei che, in un intervento televisivo, chiedeva a Morsi di annullare già venerdì sera il suo decreto e il referendum per aprire la via del dialogo.

Malgrado le tensioni nel resto del paese che hanno perfino portato la polizia a lanciare lacrimogeni per impedire ai manifestanti di avvicinarsi alla casa di famiglia di Morsi a Zagazig, l’atmosfera sul grande viale davanti al palazzo presidenziale è rimasta fino a sera, come molte altre volte, allegra e irriverente. Ad arringare i manifestanti anche una bimba di undici anni, Sara, che, come visto decine di volte dalla rivoluzione in piazza Tahrir scandiva gli slogan issata sulle spalle del padre invitando i manifestanti a seguirla. ”Ero con mio papà il 25 gennaio scorso, è  un avvocato e davanti al sindacato degli avvocati e’ stato picchiato dalla polizia, ho sentito che dovevo fare qualcosa e allora mi invento gli slogan”, dice seria Sara. ”Rivoluzione rivoluzione, domani è un nuovo giorno, domani e’ un giorno di festa”, scandiva Sara battendo le mani a braccia tese. I manifestanti davanti a lei ripetevano e speravano.