Eritrea e Somalia, cioè guerre, carestie e dittatura: da dove vengono i migranti

di Redazione Blitz
Pubblicato il 4 ottobre 2013 10:46 | Ultimo aggiornamento: 4 ottobre 2013 10:46
Eritrea e Somalia, cioè guerre, carestie e dittatura: da dove vengono i migranti

Profughi somali in Kenya (Foto Lapresse)

ROMA – Eritrea e Somalia, ex colonie italiane nel Corno d’Africa, la punta più orientale dell’Africa sub-sahariana: la maggior parte dei 500 migranti approdati, morti o vivi, a Lampedusa il 3 ottobre proveniva da qui. Roberto Bongiorni sul Sole 24 Ore spiega come si vive in quei due Paesi, “luoghi di sofferenza e paura”.

La Somalia dopo il rovesciamento del dittatore Siad Barre nel 1991 vive in uno stato di guerriglia permanente. Fino al 2006 dominavano i signori della guerra. Poi è stato il turno, breve, delle Corti Islamiche, annientate dall’esercito etiope. A quel punto è scoppiata la guerra contro le istituzioni somale ufficiali condotta dai fondamentalisti islamici di al Shabaab, legati ad al Qaeda, autori dell’assedio al centro commerciale di Nairobi una settimana fa. Tra carestie e guerriglia in Somalia ci sono più di un milione di sfollati interni.

Adesso, scrive Bongiorni, grazie all’aiuto del Kenya, anche lui in lotta contro al Shabaab, la Somalia si sta rialzando. Ha un presidente eletto dl Parlamento, la capitale Mogadiscio è sotto il controllo delle truppe dell‘Unione africana. Il commercio è ripreso, anche se la corruzione e la povertà non rendono certo le cose facili. Soprattuto nel territorio controllato dagli Sahabaab, dove la legge è la Sharia, lontana dall’islam moderato della Somalia.

Nella vicina Eritrea, uscita dall’ultima guerra con l’Etiopia solo 13 anni fa, alla povertà e alle carestie che uccidono si aggiunge un regime durissimo, che, secondo le parole di Human Rights Watch citate da Bongiorni, rende una “routine” “tortura, detenzioni arbitrarie, severe restrizioni alla libertà di espressione, di associazione e di religione. Da quando il Paese è divenuto indipendente, nel 1993, non sono mai state organizzate elezioni. La costituzione non è mai entrata in vigore i partiti politici non sono autorizzati”.

L’unico presidente dell’Eritrea da 20 anni è Isaias Afewerki. Governa il Paese con l’esercito e con il servizio militare, usato come uno strumento per controllare i giovani. Dopo la leva obbligatoria scatta un periodo di servizio “a tempo indeterminato”, che può finire anche a 60 anni, con un permesso all’anno per tornare a casa e una paga bassissima.

Molti giovani decidono così di fuggire, anche se la diserzione dei figli costa ai genitori multe salatissime. E se non si riesce a pagarle si perde la casa, la terra o si finisce in prigione.

Nel Paese non hanno accesso né media indipendenti né organizzazioni umanitarie. Ogni anno molti dissidenti spariscono nel nulla. Si può capire perché, nonostante i rischi, l’Eritrea sia uno dei Paesi con il più alto tasso di emigrazione clandestina.