Filippine/ Eugenio Vagni, la liberazione. Ma ci hanno detto tutta la verità? Non c’è stato il riscatto, ma uno scambio di mogli. Da giugno l’esercito delle Filippine aveva inviato ingenti rinforzi nell’isola

Pubblicato il 12 Luglio 2009 21:07 | Ultimo aggiornamento: 12 Luglio 2009 21:07

Nessun riscatto, nessuna operazione militare, neppure l’uso della forza. Questa la versione ufficiale della vicenda di Eugenio Vagni, il volontario della Croce Rossa internazionale liberato sabato sera nelle Filippine dopo 6 mesi di prigionia nelle mani dei ribelli.

Il ministro degli Esteri italiano Franco Frattini ha sottolineato l’assenza di un blitz militare perché ritenuto «troppo pericoloso» e ha giustificato l’improvvisa liberazione dicendo che «i sequestratori si sono sentiti isolati».  Mentre il capo della Croce rossa Richard Gordon ha assicurato che non è stato pagato alcun riscatto perché «sarebbe impensabile per un’organizzazione umanitaria così grande scendere a patti con i ribelli».

Ma ci hanno detto proprio tutta la verità? Con il passare del tempo, qualche particolare in più affiora e si scopre che uno scambio con i ribelli effettivamente c’è stato. Secondo il giornale filippino Inquirer.net, Vagni potrebbe essere stato scambiato, infatti, con due delle mogli del leader del gruppo Abu Sayyaf, considerato vicino ad Al Qaeda, arrestate per essere interrogate il 7 luglio scorso.  La vicegovernatrice di Sulu, principale negoziatrice nella vicenda, parla anche di un non meglio precisato pagamento di 50mila pesos, circa 750 euro,  a uomini della guerriglia a titolo di vitto e alloggio.

E se si scava nel passato si scopre un quadro un po’ diverso da quello presentato finora dai media.

Nel mese di giugno – scriveva il sito online del filippino Sunday Times, domenicale del quotidiano Manila Times – l’esercito delle Filippine aveva inviato nell’isola di Jolo rinforzi per combattere i ribelli islamici di Abu Sayyaf e tentare di venire in soccorso di Vagni. Il tenente colonnello Edgardo Arevalo affermava nell’articolo che il «presidente filippino aveva dato disposizione di affrettare lo sradicamento dell’insurrezione nella regione meridionale delle Filippine». Sottolineava anche che le truppe fresche, che avrebbero sostituito i soldati per cercare di liberare Vagni, erano un battaglione di marine filippini già sperimentati in battaglia, con l’aggiunta di cinque unità navali di supporto. Quindi, un’operazione militare vera e propria e di vasta portata si stava effettivamente organizzando.

Il 25 giugno, poi, i rapitori, che forse si sentono il fiato sul collo, chiedono un riscatto, cifra definita «ridicola» dal portavoce della Croce rossa Richard Gordon. Successivamente si verificano dei disordini nell’isola: almeno 5 persone morte e una trentina ferite per l’esplosione di una bomba davanti a una chiesa cattolica nel Sud delle Filippine. L’attacco non viene rivendicato, ma l’esercito chiama in causa i ribelli separatisti musulmani, gli stessi che tengono in ostaggio Vagni. Seguono gli appelli del Papa per la liberazione del volontario toscano della Croce rossa.

Il 9 luglio, sei familiari dei ribelli musulmani di Abu Sayyaf autori del rapimento sono arrestati dall’esercito governativo perché sospettati dell’attentato alla Chiesa di Jolo.

Due giorni dopo la liberazione per nulla «improvvisa» di Vagni. Nessun miracolo, quindi. E aktro che l’isolamento di cui ha parlato Frattini, piuttosto un accerchiamento in piena regola, con tanto di contro ostaggi nelle mani dei militari filippini.