Il “modello giapponese” contro il coronavirus: mascherine, pochi tamponi, isolamento rapido dei focolai e no lockdown

di Caterina Galloni
Pubblicato il 9 Giugno 2020 7:31 | Ultimo aggiornamento: 8 Giugno 2020 19:49
Il “modello giapponese” contro il coronavirus: mascherine, pochi tamponi, isolamento rapido dei focolai e no lockdown

Il “modello giapponese” contro il coronavirus: mascherine, pochi tamponi, isolamento rapido dei focolai e no lockdown (foto ANSA)

ROMA – I giapponesi da centinaia di anni sono sensibilizzati all’uso delle mascherine. Forse è questo il segreto del successo nella lotta al coronavirus. In Giappone, ci sono stati poco più di 900 decessi.

Quando il COVID-19 si è diffuso in Giappone, le persone hanno fatto ciò che fanno normalmente: indossare le mascherine.

Motoko Rich, sul New York Times scrive che nella nazione le mascherine non sono una novità.

Sono utilizzate per evitare il diffondersi di malattie stagionali, per proteggersi dalle allergie.

Vengono perfino utilizzate dalle donne che non vogliono farsi vedere senza make-up.

All’inizio della pandemia le mascherine di carta erano esaurite, ad aprile il governo giapponese ha inviato per posta delle mascherine di stoffa.

L’iniziativa, che è costata circa 400 milioni di dollari, è diventata una barzelletta.

I giapponesi hanno scoperto che le mascherine erano troppo piccole, non coprivano bocca e naso degli adulti.

Sono diventate un simbolo di fallimento nella risposta del governo al coronavirus.

Nei primi mesi della pandemia, il Giappone sembrava non seguire il pensiero prevalente della comunità scientifica. Ha limitato i tamponi ed evitato il lockdown.

Ma non c’è stato il temuto picco di contagi e decessi.

Il Giappone ha riportato circa 17.000 casi positivi e poco più di 900 morti, mentre gli Stati Uniti, con una popolazione circa due volte e mezzo più grande, si stanno avvicinando a 1,9 milioni di casi e 110.000 morti.

E l’Italia, con 550 morti per milione di abitanti, è il secondo al mondo per mortalità relativa e quarto per valore assoluto.

“Il Giappone, in un certo senso, ha sbagliato tutto. Scarso distanziamento sociale, bar di karaoke aperti e trasporto pubblico affollato vicino alla zona in cui si stavano verificando i peggiori focolai”, osserva Jeremy Howard, ricercatore dell’University of San Francisco.

Howard ha studiato l’uso delle mascherine e spiega che sono state la risposta tempestiva del paese al coronavirus.

I leader giapponesi hanno poi esortato i bar di karaoke e altre aziende a chiudere e convinto i dipendenti al telelavoro.

Le scuole sono state chiuse all’inizio di marzo – molto prima della maggior parte di altri paesi – e sono stati cancellati grandi eventi culturali e sportivi.

Nessuna di queste restrizioni era obbligatoria.

Ma una delle risposte più concrete dei giapponesi è stata quella di indossare la mascherina.

Accessorio da indossare come gesto di responsabilità per proteggere se stessi e gli altri e considerato come un piccolo prezzo da pagare per poter riprendere una parvenza di normalità.

L’esperienza del Giappone sull’uso delle mascherine risale a centinaia di anni fa.

I lavoratori delle miniere iniziarono ad usarle durante il periodo Edo, tra il 17° e il 19° secolo, per evitare l’inalazione di polvere.

Spesso erano realizzate con la polpa di prugne, come ha spiegato Kazunari Onishi, autore di “The Dignity of Masks” e professore associato presso la St. Luke’s International University di Tokyo.

Onishi ha detto che all’inizio del XX secolo, i giapponesi consideravano le mascherine poco attraenti, ma furono persuasi a indossarle durante la pandemia di spagnola del 1918.

Più di recente, i giapponesi hanno indossato le mascherine durante le epidemie SARS e MERS – da cui il Giappone è uscito relativamente indenne – oltre che come protezione dall’inquinamento e dal polline.

Durante l’attuale pandemia, gli scienziati hanno scoperto una correlazione tra gli alti livelli di utilizzo della mascherina e il successo nel contenimento della diffusione. (fonte NEW YORK TIMES)