Hitler: il bottino nazista? Abbellisce musei e uffici tedeschi. E il tesoro del Führer…

di Redazione Blitz
Pubblicato il 20 Febbraio 2013 7:50 | Ultimo aggiornamento: 19 Febbraio 2013 20:13
Hitler: il bottino nazista? Abbellisce musei e uffici tedeschi. E il tesoro del Führer…

Adolf Hitler nel 1938 (Ap-LaPresse)

BERLINO – A 80 anni dalla presa del potere da parte di Adolf Hitler, la Germania non ha ancora finito di fare i conti con l’eredità del nazismo, anche quando si tratta di qualcosa di cui sarebbe facile sbarazzarsi. Come il bottino di guerra dei nazisti: gioielli, quadri e statue trafugate in mezza Europa che fanno ancora bella mostra di sé in musei, uffici, ambasciate e palazzi delle più importanti istituzioni tedesche.

In 70 anni di governi democratici, nessun Cancelliere tedesco ha fatto qualcosa per restituire quello che Hitler aveva preso ai legittimi proprietari. Angela Merkel, in questo, ha continuato sulla linea tracciata dai suoi predecessori. Tirata fuori dal settimanale Der Spiegel, è una storia che imbarazza la Germania.

C’è un altro lascito del nazismo, molto più difficile da rintracciare: è il tesoro personale di Hitler. Stimato in 700 milioni di Reichsmark, i marchi che i tedeschi usarono come valuta dal 1924 al 1948. È un po’ complicato convertire quella cifra in euro. Ma, per capire, basta paragonarli al reddito medio nella Germania nazista: 1.500 Reichsmark. In pratica, il patrimonio personale del Führer era pari alle entrate annue di 466 mila suoi connazionali dell’epoca.

Hitler esordì con una promessa: non avrebbe intascato l’indennità annua da Cancelliere, 47.200 euro. Lo fece, ma solo per un anno. Poi iniziò a incassarla. Insieme a quella di Capo dello Stato, carica che ricoprì dal 1934 fino alla sua morte. Erano altri 157.800 marchi all’anno, per un totale di 205 mila Reichsmark.

Al tesoretto del capo nazista diede il suo robusto contributo la fortuna editoriale del bestseller più maledetto del ‘900: Mein Kampf. Che vendette 287 mila copie dal 1925 al 1933. Ma poi, con l’effetto traino della dittatura, decollò a un ritmo di un milione di copie all’anno. Calcolando un 10% di diritti d’autore sui 12 marchi del prezzo di copertina, parliamo di altri 12 milioni di Reichsmark che andavano a ingrassare il conto in banca di Hitler.

E poi c’erano i grossi finanziatori. Già a partire dal 1933, i più grandi gruppi industriali tedeschi, come Krupp, Thyssen e Volkswagen (che nacque proprio su input di Hitler), destinavano lo 0,5% delle paghe degli operai a un fondo privato gestito direttamente da Hitler. Al fondo contribuivano anche importanti finanziatori stranieri come Henry Ford, la General Electric e la Standard Oil.