L’imam egiziano che combatte la jihad

Pubblicato il 24 maggio 2010 10:42 | Ultimo aggiornamento: 24 maggio 2010 10:42

L'imam Hesham Shashaa

Quando squilla il telefono per Hesham Shashaa i casi sono due: «O è qualcuno che ha bisogno d’aiuto o è qualcuno che mi vuole uccidere».

Shashaa è un imam della moschea Darul Quran di Monaco, seguace del movimento Salafi, il più radicale dell’islam. Ma le persone che lo vogliono uccidere sono musulmane.

«Usano la religione per i propri scopi personali e per dichiarare guerra agli ebrei e ai cristiani, mentre io voglio che la gente segua i veri dettami dell’islam» spiega Shashaa al giornalista del New York Times Souad Mekhennet. A volte è stato messo in relazione con il nome di Osama Bin Laden, ma la sua filosofia sembra alquanto differente.

«Molti imam in Europa e in Medio Oriente hanno denunciato attacchi terroristici e missioni suicide, pur continuando a considerare Al Quaeda, i Talebani o Hamas come movimenti di resistenza legittimi – scrive Mekhennet – Shashaa, invece, ritiene che violino i principi dell’islam e lo dichiara apertamente».

Per questo, scrive il giornalista, «viaggia di moschea in moschea in Europa, ma anche in Medio Oriente e in Pakistan, per dire ai giovani musulmani che combattere contro le truppe americane e le altre forze è una violazione dei dettami della loro religione. Condanna i reclutamenti militari nei suoi sermoni, raccomanda si fedeli durante la preghiera del venerdì di chiamare la polizia nel caso sentano parlare di progetti terroristici e spiega ai funzionari le ragioni della radicalizzazione, consigliandoli su come combatterla».

«Non possiamo stare a guardare e lasciare che altre persone “dirottino” la nostra religione» ha dichiarato in un’intervista l’imam, che gira con alcuni ex-studenti che gli fanno da body-guard.

«Quest’uomo è un traditore» ha dichiarato uno dei suoi critici su un sito web jihadista. «Ha bisogno di una lezione» ha scritto un altro, che ha pubblicato alcune foto dell’imam insieme ad agenti della polizia tedesca.

Shashaa ha un rapporto complesso con le forze dell’ordine tedesche, che ritengono cruciale e unico il suo messaggio in Germania e lo spingono a diffonderlo. Ma l’imam deve anche stare attento a non perdere la fiducia dei suoi fedeli.

Recentemente la sua moschea è stata perquisita dalla polizia, che cercava un particolare libro sulle donne nell’Islam che in Germania è proibito. Shashaa ha confermato di averlo nella propria biblioteca. «Per forza ce l’avevo. Devo sapere cosa c’è scritto in questi libri, altrimenti come faccio a discutere con i reclutatori?» ha spiegato.

Shashaa, padre palestinese e mamma egiziana, è nato e cresciuto in Egitto, dove ha lavorato per un periodo come giornalista. Ha una cinquantina d’anni, ma è piuttosto evasivo sulla propria età perché non vuole che i giovani pensino che è troppo vecchio per capirli.

Ha tre mogli, due delle quali riconosciute dalla moschea, ma naturalmente non dallo Stato. E vive con loro e con i dieci figli a Monaco.

L’imam sostiene di non aver avuto intenzione di vivere in Germania fino al 2000, quando durante un viaggio dalla Romania (dove viveva) alla Gran Bretagna perse la sua valigetta qui. «Non avevo più nulla, né carte né denaro. Ho pensato che fosse un segno di Dio, che dovessi restare».

Uno dei suoi body-guard, Abu Khalid, di 36 anni, è il sogno di ogni reclutatore per la jihad. Ha servito nell’esercito della Giordania, eccelle nel tae kwon do ed è un grandissimo esperto di armi.

Negli anni Novanta si è trasferito prima in Francia e poi in Germania: «Ho incontrato persone che parlavano della jihad e volevo difendere i miei fratelli e le mie sorelle irachene» spiega. Cercava un imam che appoggiasse la sua missione, invece incontrò Shashaa: «Capii che ero sulla strada sbagliata» conclude oggi.

Shashaa ricorda con rimpianto i ragazzi che non è riuscito a dissuadere allo stesso modo. Otto mesi fa è stato in Pakistan, dove ha divisto molte moschee e madrase. Ha videoregistrato alcuni degli incontri, che ha mostrato al New York Times. In uno di essi c’è uno studente arrabbiato che gli chiede: «Ma non è nostro dovere sostenere i fratelli di Al Quaeda e i talebani nella jihad contro l’occupazione americana dell’Afghanistan?»

Shashaa risponde che la jihad è sì ammessa nel Corano come strumento di difesa, ma che deve essere dichiarata da un Califfato o da un Capo di Stato, «non da qualcuno come Osama bin Laden o il Mullah Omar». «La loro non è jihad» aggiunge.

A ribattere è un uomo che si alza in piedi urlando: «Giuro su Dio, dovrebbero ammazzarti».«Se puoi mostrarmi nel Corano o nella Sunnah dove sbaglio, mi ammazzo da solo, ma non troverai nulla del genere» replica l’imam.

Shashaa conosce bene il fascino che i gruppi militanti possono avere. Da giovane, in Egitto, ha cercato la propria strada in molti movimenti, da quello comunista a quello jihadista. Così si è accorto che tutti i loro giovani seguaci «non facevano mai domande, come se avessero avuto gli occhi chiusi».

Per questo oggi è convinto che chi, come lui, conosce il modo di pensare e di operare di gruppi come Al Quaeda possa avere una possibilità di dissuadere i giovani simpatizzanti. «Se non avessi questa barba e questa conoscenza così approfondita dei testi sacri nessuno mi crederebbe o mi seguirebbe» spiega.

Sa di essere guardato con sospetto, per il suo inconfondibile aspetto, dai tedeschi che lo incontrano per strada, ma ha imparato a reagire con cortesia e anche con un certo humor. Dopo l’11 settembre molte persone, vedendolo girare per Monaco, urlavano: «Hey, bin Laden!». Così decise di indossare un cartello al collo con la scritta: «Non sono Osama bin Laden. Sono Hesham Shashaa».