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Immigrati dalla Tunisia, ex detenuti verso l’Italia: “Guardia costiera ci fa passare”

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Immigrati dalla Tunisia, ex detenuti verso l’Italia: “Guardia costiera ci fa passare”

ROMA – Gli ex detenuti della Tunisia liberati dall’indulto arrivano in Italia. “La Guardia costiera ci fa passare”, dice lo scafista che si offre di traghettare i migranti per 400 euro, un prezzo dimezzato rispetto a un mese fa. Trenta alla volta, sulle barche degli scafisti e dei pescatori, i tunisini si spostano verso l’Italia fino a quando la Tunisia non chiederà soldi all’Italia per chiudere la rotta.

Niccolò Zancan su La Stampa scrive che la situazione in Tunisia non è facile e che gli scafisti approfittano delle mancanze della Guardia costiera per traghettare verso l’Italia gli immigrati, dove come spiega lo stesso scafista ogni 10 ragazzi, due sono appena usciti di prigione:

“Il 23 luglio in Tunisia sono stati liberati 1645 carcerati, altri 1027 il 13 ottobre. Sono usciti dalle carceri di Mournaguia, Borj Amri e Siliana, troppo affollate per garantire anche solo condizioni di vita minimamente accettabili. Il presidente della repubblica tunisina Beji Caid Essebsi, un ex avvocato, concede indulti ogni anno. Non può essere soltanto questa la causa dell’incremento esponenziale delle partenze dalla Tunisia verso l’Italia. «Porto ragazzi giovanissimi, anche un quindicenne. Ho portato diverse giovani donne e un uomo di 45 anni che voleva ricongiungersi alla sua famiglia. La maggior parte, però, sono ventenni. Quelli che escono dal carcere sono quasi tutti consumatori di droga. Nessuno li prende più a lavorare, per questo se ne vogliono andare».

La disoccupazione giovanile in Tunisia è al 40% e quella dei laureati al 31%, con la corruzione che dilaga, e i giovani cercano nuove strade verso l’Europa:

“Li chiamano «haragas». Quelli che bruciano. Quelli che non sopportano più di aspettare. Quelli che devono partire a ogni costo. «Il crollo del dinaro, alla fine di luglio, è una delle cause di tutte queste partenze», dice Valentin Bonnefoy del Forum tunisino per i diritti economici e sociali. «Un’altra è la delusione patita dai movimenti nati sul territorio, le aspettative frustrate di un’intera generazione. Nelle regioni interne la povertà è assoluta. Non c’è alcuna prospettiva. E poi dall’Italia rimbalzano i racconti di quelli che ce l’hanno fatta, che subito vengono inviati sui social network»”.

 

Ad oggi sarebbero 6mila quelli che sono riusciti a passare tra settembre ottobre, 3mila secondo le stime ufficiali. Gli scafisti continuano a lavorare, sottolineando che il clima è ancor favorevole dato che il governo tunisino non ha abbastanza mezzi per controllare tutto il suo tratto di mare:

“Su Facebook c’è una pagina che si chiama «Haraka Jamaia» con 2100 iscritti, il cui titolo significa: «Immigrazione illegale collettiva». L’obiettivo è cercare di organizzare partenze simultanee da diversi punti della costa tunisina, in modo da rendere impossibile il lavoro delle motovedette della guardia costiera. Sempre su Facebook c’è il video girato da un migrante in cui, in mezzo al mare, riceve il via libera da una motovedetta.

Gli haragas partono alle 3 del mattino e navigano al buio, almeno fino alle acque internazionali. Quasi invisibili ai radar. Ma non sempre è andato tutto liscio, in questo autunno arabo. La notte fra il 7 e l’8 di ottobre, piccole barche avevano fatto confluire il loro carico umano su un’altra imbarcazione più grande che aspettava al largo dell’isola di Kerkennah. Il viaggio era considerato più sicuro. Ogni migrante aveva pagato in quel caso 2.500 dinari: 858 euro. Quando le acque internazionali erano ormai raggiunte, l’imbarcazione è stata speronata nel buio da una motovedetta della Guardia costiera tunisina. I cadaveri recuperati sono già 45. Alcuni sopravvissuti hanno accusato la Guardia costiera di aver provocato apposta l’incidente, ma ci sono video in cui si sentono spari in aria e urla. Ci sarebbero anche delle conversazioni radio con la Guardia costiera italiana che intima a quella tunisina di fermare i migranti. Quella barca voleva passare a ogni costo.

Quando l’elenco delle vittime è diventato ufficiale, si è capito ciò che molti sapevano già. Erano tutti ragazzi giovani di Kebili, Ben Guerdane, Kasserine e Jendouba, piccoli centri dell’interno, dove la miseria regna sovrana e il tasso di radicalizzazione è alto. Ma la cosa più impressionate è stata scoprire che dodici vittime erano partite da Sidi Bouzid. È il paese dell’entroterra meridionale dove, il 17 dicembre del 2010, il venditore abusivo di frutta e verdura Mohamed Bouazizi si diede fuoco davanti al palazzo governativo in segno di protesta perché gli era stato sequestrato il carretto. Fu il suo gesto estremo a dare inizio alla Primavera Araba”.

 

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