Iran. Ahmadreza Djalali in tv: “Sono una spia”. Confessione estorta con la tortura?

di Redazione Blitz
Pubblicato il 18 dicembre 2017 12:54 | Ultimo aggiornamento: 18 dicembre 2017 12:54
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Iran. Ahmadreza Djalali in tv: “Sono una spia”. Confessione estorta con la tortura?

ROMA – Iran. Ahmadreza Djalali in tv: “Sono una spia”. Confessione estorta con la tortura? Arrestato nel 2016 a Teheran, poi condannato a morte per spionaggio, ora la “confessione” in tv. Cresce la preoccupazione per la sorte di Ahmadreza Djalali, il medico iraniano, che ha lavorato  lungo anche in Italia, condannato alla pena capitale con le accuse di essere un “agente del Mossad” e di aver passato informazioni su decine di scienziati nucleari e militari del regime degli Ayatollah, “in cambio di soldi e della residenza in Svezia”.

Accuse che lui ha sempre respinto (e che la moglie continua a respingere nonostante la confessione). Ma oggi Djalali, 46 anni, è apparso sulla tv di Stato iraniana e ha “confessato”: ha ammesso di aver spiato il programma nucleare di Teheran per conto di una nazione europea, ma senza nominare quale. Nel servizio il presentatore tv ha citato il Mossad, mentre scorrevano le immagini dei documenti svedesi di Djalali, che da tempo risiedeva in Svezia con la famiglia, e del Colosseo, per i suoi legami con l’Italia. In cambio della sua attività di spia, ha spiegato lui stesso, avrebbe ottenuto la cittadinanza di “un Paese europeo”.

Il medico ha raccontato di aver iniziato a lavorare con alcuni scienziati americani e europei dopo la laurea. Poi di essere stato contattato da un operativo chiamato “Thomas” e di aver iniziato a collaborare sotto copertura con un servizio di sicurezza europeo. “Mi chiedevano informazioni sulle attività iraniane e le persone che lavoravano ai progetti nucleari”, ha detto in tv. Nel servizio televisivo, si è affermato che l’uomo ha incontrato “almeno 50 volte” gli 007 stranieri e di essere stato pagato 2.000 euro a incontro.

Tra le informazioni richieste, ha proseguito la tv, anche quelle sul conto di Masoud Ali Mohammadi e Majid Shariari, due scienziati nucleari iraniani assassinati nel 2010. Djalali ha lavorato per quattro anni, dal 2012 al 2015, anche all’Università del Piemonte Orientale come ricercatore capo del Centro di ricerca in medicina di emergenza. Contro la sua detenzione e la sua condanna a morte da parte del Tribunale della Rivoluzione, si è sollevata una grande mobilitazione di organizzazioni per i diritti umani, come Amnesty International, e di istituzioni italiane e piemontesi.

Lo scorso ottobre, al momento della condanna a morte, il ministro degli Esteri, Angelino Alfano, ha assicurato che l’attenzione dell’Italia al caso, sia a livello diplomatico che politico. Ai numerosi appelli per il suo rilascio, si sono aggiunti, meno di un mese fa, anche le voci di 75 premi Nobel e della European University Association, tra cui quella del Nobel per la pace l’iraniana Shirin Ebadi e i vincitori di quest’anno sia per la fisica che per la medicina.

“Ma quale confessione! E’ stato torturato finché non ha dovuto dire quanto volevano i suoi carcerieri”. Il professore Francesco Della Corte, direttore del Credim, il Centro di ricerca interdipartimentale in medicina dei disastri dell’Università del Piemonte Orientale per cui ha lavorato Ahmadreza Djalali, commenta così la confessione del ricercatore iraniano che in televisione ha sostenuto di essere una spia, l’accusa per cui è stato arrestato e condannato a morte. “Non è bastato che venisse condannato a morte dal Tribunale della Rivoluzione di Teheran per reati mai commessi – prosegue Della Corte – ora hanno voluto che pubblicamente si accusasse, in modo da avere una scusa, di fronte all’opinione pubblica, per poterlo uccidere”.

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