Iran: Sakineh libera, dopo un incubo durato quattro anni

Pubblicato il 9 Dicembre 2010 20:56 | Ultimo aggiornamento: 9 Dicembre 2010 21:05

Sakineh Ashtiani

Quattro anni di carcere. Il rischio di essere prima lapidata, poi impiccata. Quindi l’arresto del figlio e del suo legale. L’incubo di Sakineh Mohammadi Ashtiani, l’iraniana condannata a morte per adulterio e complicità nell’omicidio del marito, è durato quattro lunghi anni. I primi tre trascorsi in cella, nel silenzio dei media iraniani e internazionali. Poi, nel giugno di quest’anno la vicenda è diventata il simbolo della mobilitazione internazionale contro la pena di morte in Iran e di quella degli attivisti persiani contro il governo di Teheran. Oggi, la notizia a lungo agognata: Sakineh, il figlio e l’avvocato sono a casa, liberi.

Nel maggio del 2006, Sakineh, 43 anni, iraniana di etnia azera, viene condannata da un tribunale della città di Tabriz a 99 frustate per adulterio, secondo una norma modellata sulla legge islamica. La sentenza viene eseguita. Nel settembre del 2006 un altro tribunale, che processa i suoi due presunti amanti per l’omicidio del marito, la condanna a morte per lapidazione – poi commutata in impiccagione – come complice nel delitto e per adulterio quando il consorte era ancora vivo. La sentenza viene confermata nel 2007 dalla Corte suprema iraniana.

La mobilitazione internazionale. Il caso arriva all’attenzione della comunità internazionale solo nel giugno del 2010, quando i suoi due figli lanciano un appello per salvarla dall’esecuzione, prevista per luglio. Parte una mobilitazione internazionale a favore di Sakineh, che coinvolge anche i governi francese e italiano, il Brasile e la prémière dame di Francia Carla Bruni, definita per questo ”prostituta” da un giornale iraniano conservatore.

In Italia, alcuni dei principali edifici istituzionali sono segnati da striscioni con il volto di Sakineh. Intanto, l’avvocato della donna, Mohammad Mostafai fugge all’estero per evitare un mandato di arresto. E’ sostituito da un altro legale, Javid Hutan Kian. A luglio le autorità di Teheran fanno sapere che l’esecuzione è stata sospesa e che nessuna decisione definitiva è stata ancora presa su Sakineh.

La confessione “estorta”. Il 12 agosto la tv di stato iraniana mostra la donna che confessa l’adulterio e la complicità nell’omicidio del marito. Il figlio Sajad Qaderzadeh e il suo avvocato Houtan Kian dicono che la confessione le è stata estorta con la tortura e che tutti i giorni alla donna viene detto che verrà giustiziata l’indomani. Tre mesi dopo, l’11 ottobre, Sajad e Houtan Kian sono arrestati insieme a due giornalisti tedeschi a cui stavano rilasciando un’ intervista. L’accusa, sembra, è di aver mentito con i media internazionali parlando del caso della donna. Sajad e Kian sono portati in un carcere nei dintorni di Tabriz, in totale isolamento. Il 15 novembre, la tv iraniana mostra nuovamente, in un video, un’ammissione pubblica colpevolezza rilasciata da Sakineh, da suo figlio e dall’avvocato. Anche i due giornalisti tedeschi confessano, accusando la presidente del Comitato anti-lapidazione Mina Ahadi di averli ingannati. Pochi giorni dopo però, per Sakineh si apre uno spiraglio: il perdono della famiglia del marito potrebbe salvarla. Ieri, infine, la fine dell’incubo: Sakineh, Sajad e l’avvocato sono stati rilasciati.

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