Iraq, ostaggi uccisi in chiesa. Il vescovo di Baghdad: “L’Onu non ci lasci soli”

Pubblicato il 1 novembre 2010 9:05 | Ultimo aggiornamento: 1 novembre 2010 10:05

”Una tragedia del genere era impensabile persino in un Paese senza sicurezza né stabilità come l’Iraq”. Lo ha affermato il vescovo di Baghdad, monsignor Shlemon Warduni, giuda spirituale dei caldei e membro in Vaticano del Consiglio speciale per il Medio Oriente, in un’intervista a La Stampa. ”Come minoranza – aggiunge – siamo un bersaglio costante e conviviamo con un logorante senso di precarietà e di timore”. La minoranza cristiana in Iraq (circa il 3% della popolazione) è infatti sotto bersaglio: sono visti da Al Qaeda, ma non solo, come una sorta di “quinta colonna” dell’Occidente. Dei “kafir”, infedeli.

Secondo il vescovo, la tragedia nella chiesa di Nostra Signora del Soccorso è ”un martirio rivolto al mondo intero perché è tutta l’umanità a precipitare nell’abisso se si muore per essere andati a messa” e confessa di sentirsi responsabile per i suoi fedeli, ai quali suggerisce di non emigrare ma ”poi succedono fatti come questi, aberrazioni che cancellano ogni argine di civiltà – aggiunge – e ciò che diciamo perde attendibilità, anzi, sembra controproducente”.

”Viene lo sconforto anche a me – prosegue monsignor Warduni – davanti ai lenzuoli bianchi di persone miti, uccise in chiesa. C’è anche il corpicino senza vita di una bambina. Per non cadere nella disperazione, quaggiù le persone devono avere una fede talmente forte, da essere addirittura pronte, come cristiani, alla testimonianza estrema, alla morte”. Ma, secondo il vescovo, ”non si può chiedere a tutti una fede eroica, perciò anche in Occidente ci si deve fare carico di questa condizione di terrore costante”. Le ‘persone di buona volontà – rileva il vescovo – possono sensibilizzare i governi e l’Onu e non abbandonarci al nostro destino'”.