Jack Johnson, il pugile nero distrutto da una condanna razzista. Obama però non lo riabilita

Pubblicato il 27 Ottobre 2009 10:45 | Ultimo aggiornamento: 27 Ottobre 2009 11:19

johnsonIl pugile di colore Jack Johnson fu condannato quasi 100 anni fa negli Stati Uniti per aver avuto rapporti con una donna bianca, una condanna a sfondo razzista che gli costò la carriera, costringendolo a fuggire dagli Usa per evitare il carcere. Una brutta storia che nonostante gli anni passati, rimane ancora presente negli atti legali e giuridici del Paese.

Fu proprio l’attuale presidente degli Stati Uniti Barack Obama a chiedere la riabilitazione del pugile, sollecitato anche dal suo rivale nelle scorse elezioni presidenziali, John McCain, ma a ormai sei mesi di distanza, il nuovo presidente Usa non ha ancora fatto nulla e la pratica di Jack Johnson è ancora lì che giace impolverata su qualche scaffale chissà dove.

«Sono sicuro che il presi­dente sia l’ultima persona che dovrò convincere» aveva det­to McCain 6 mesi fa, quando era riuscito a far approvare a Senato e Camera una risoluzio­ne bipartisan, che invitava il presidente a «eliminare dagli annali della giustizia penale americana un abuso dell’auto­rità inquirente, motivato da ra­gioni razziali».

Sono seguite due lettere per­sonali a Barack Obama dell’ex candidato alla Casa Bianca, l’ultima 10 giorni fa, in cui Mc­Cain ha rinnovato l’appello a «aggiustare il torto e cancella­re un atto razzista che inviò un cittadino americano in car­cere ». Ma nessuna risposta è venuta dal presidente, né al­cun commento dal suo staff.

Eppure il caso Johnson, per la sua ingiustizia, gri­da vendetta. «Non ci sono im­plicazioni ideologiche, sareb­be un simbolo di armonia raz­ziale e politica», spiega Peter King, che va regolarmente in palestra a boxare. «Il tratta­mento di Jack Johnson fu così vergognoso da andare oltre ogni possibilità di controver­sia, anche agli occhi dei più bi­gotti» dice Leonard Steinhorn, docente di Comuni­cazioni e Storia all’American University.

Vera leggenda della boxe, Johnson aveva conquistato il titolo nel 1908, un affronto per la mistica di una discipli­na al tempo considerata         privi­legio dei bianchi. Ma forse il peccato più grande il pugile lo commise il 4 luglio 1910, umiliando sul ring James Jef­fries, la cosiddetta «Grande speranza bianca», che dichiarò di aver accettato il combattimento, dopo averlo accu­ratamente evitato per anni, «con il solo scopo di di­mostrare che un bianco è meglio di un negro». L’incon­tro cambiò la sto­ria della boxe americana, da quel momento dominata so­prattutto dai neri e per sem­pre angosciata dalla ricerca della «Great White Hope», fossero Carnera, Marciano o Jake LaMotta.

Spavaldo nello stile di vita, Johnson non nascose mai la sua passione per le donne bianche, molte di loro prosti­tute, due delle quali prese an­che in moglie. Fu proprio una delle sue donne bianche a tradirlo, testimoniando la lo­ro fuga d’amore agli agenti dell’Fbi che tentavano di inca­strarlo. Venne condannato nel 1913 ai sensi del Mann Act, la legge che proibiva di traspor­tare una donna da uno Stato all’altro per «scopi immorali». «In realtà fu perseguitato per aver sconfitto Jeffries e sfidato la morale dell’epoca» dice John McCain.

Dopo la fuga all’estero Johnson decise di tornare negli Usa, consegnandosi alle auto­rità. Fece quasi un anno di car­cere. Venne privato del titolo, che dopo l’uscita di prigione non riuscì mai più a riconqui­stare. Jack Johnson morì in un incidente d’auto nel 1946.