Jamal Khashoggi torturato e fatto a pezzi ancora vivo: la sua fine in un audio di 7 minuti

di redazione Blitz
Pubblicato il 17 ottobre 2018 15:30 | Ultimo aggiornamento: 17 ottobre 2018 15:45
Jamal Khashoggi torturato e fatto a pezzi ancora vivo: la sua fine in un audio di 7 minuti

Jamal Khashoggi torturato e fatto a pezzi ancora vivo: la sua fine in un audio di 7 minuti

ISTANBUL – Torturato e fatto a pezzi ancora vivo dentro al consolato saudita a Istanbul, in Turchia: questa sarebbe stata la fine del giornalista saudita Jamal Khashoggi secondo il quotidiano filo-governativo turco Yeni Safak, che cita una supposta registrazione audio di quei momenti da cui risulterebbe anche la presenza del console Mohammed al-Otaibi, ripartito martedì 16 ottobre per Riad, ma non rimosso come si era detto in un primo tempo. 

“Fatelo fuori di qui, mi metterete nei guai”, si sentirebbe dire al console nell’audio. “Se vuoi continuare a vivere quando torni in Arabia, stai zitto”, gli risponderebbe uno dei presunti assassini. Gli aguzzini di Khashoggi gli avrebbero tagliato le dita durante le torture compiute nell’interrogatorio, per poi decapitarlo. Il giornalista sarebbe morto in 7 minuti, secondo quanto riferito al Middle East Eye da un’altra fonte che avrebbe ascoltato la registrazione.

Khashoggi sarebbe stato portato dall’ufficio del console in uno studio adiacente e steso su un tavolo. A un certo punto, le sue urla si interromperebbero perché sedato. A fare a pezzi il corpo mentre il reporter era ancora vivo, continua la fonte, sarebbe stato il capo dell’unità forense giunta da Riad, il dottor Salah Mohammed al-Tubaigy. Secondo la registrazione, durante l’operazione il medico avrebbe messo delle cuffie per ascoltare musica, invitando gli altri presenti a fare altrettanto.

Secondo quanto scrive il New York Times, sono almeno cinque le persone sospettate dalle autorità turche di essere coinvolte nella sparizione del dissidente saudita: quattro di loro collegate al principe ereditario Mohammed bin Salman.

Secondo il quotidiano americano una delle persone identificate è un frequente accompagnatore del principe, visto con lui a Parigi e Madrid e fotografato con Mohammed durante le sue recenti visite negli Usa. Altri tre sospettati sarebbero invece collegati alla scorta che si occupa della sicurezza del principe. 

La persona identificata più vicina al principe saudita in particolare sarebbe stata fotografata sempre accanto a Mohammed bin Salman durante le sue visite a Houston, a Boston e alle Nazioni Unite. Una quinta persona sospettata di essere coinvolta con la scomparsa di Khashoggi è un medico legale che ricopre incarichi di alto livello nell’amministrazione saudita, al servizio del ministero degli interni, una figura – scrive il Nyt – che può prendere ordini solo dai vertici della monarchia.

Se queste persone erano davvero all’interno del consolato saudita di Istanbul dove il 2 ottobre è scomparso Khashoggi. è difficile non legare quanto avvenuto al principe e sostenere la tesi di un’operazione non autorizzata da Mohammed bin Salman. E – scrive ancora il Nyt – sarebbe altrettanto difficile per la Casa Bianca e il Congresso accettare una spiegazione del genere da parte di Riad. 

Secondo il Washington Post, sarebbero invece dodici i sauditi legati ai servizi di sicurezza di Riad che avrebbero fatto parte della squadra di 15 persone sospettate di aver ucciso Jamal Khashoggi. Tra le figure di spicco Khalid Aedh Aloitaibi, identificato come membro della guardia reale saudita e fotografato in varie occasioni accanto al principe ereditario Mohammed bin Salman durante le sue visite in Usa.

Il Wp ha scoperto la presunta appartenenza dei 12 sauditi ai servizi di Riad esaminando i loro post sui social, email, articoli ed altro materiale. Alotaibi ed altri otto identificati come sospetti dalle autorità turche appaiono avere profili su MenoM3ay – una app con i numeri di telefono molto popolare nel mondo arabo – identificandosi come membri delle forze di sicurezza saudite. Cinque di loro rivendicano di essere membri della Guardia Reale. Il Wp precisa di non essere in grado di confermare in modo indipendente i legami dei sospettati con i servizi o la Guardia reale. Se però fossero accertati, diventerebbe difficile sostenere la tesi dei ‘cani sciolti’ evocata da Donald Trump.