Libia, somali ed eritrei raccontano i campi de detenzione: “Un inferno”

Pubblicato il 11 luglio 2010 19:23 | Ultimo aggiornamento: 11 luglio 2010 21:26

”Un inferno”. Cosi’ hanno definito il loro viaggio verso l’ Italia, passando dai campi di detenzione in Libia, i ragazzi somali ed eritrei che, ospiti del meeting antirazzista dell’ Arci a Cecina, hanno raccontato la loro esperienza. A.M.M. ha 20 anni, e’ somalo e ha ottenuto in Italia la protezione sussidiaria circa un anno fa: proveniva dalla Libia, dove a causa delle violenze subite, ha perso la memoria. Insieme a T.D. (eritreo, 18 anni), H.Y. (eritreo, 18 anni), A.H.Y (somalo, 26 anni) e’ ospite del meeting.

Il racconto confermerebbe quanto ”da tempo l’Arci denuncia sulla costante violazione dei diritti umani in Libia, con cui il Governo italiano ha stretto un accordo di cooperazione in materia di immigrazione”, afferma l’ organizzazione in una nota. A.H.Y. ha racconta la sua odissea: 3000 km, molti dei quali in pieno deserto, su camion container, pagando trafficanti diversi per arrivare a Cufra, con la promessa di poter raggiungere Tripoli e di li’ l’Italia. Ma a Cufra ha trovato la polizia che lo ha incarcerato insieme ai suoi compagni di viaggio.

”Parlare di carcere in Libia – ha detto – e’ un eufemismo”, in realta’ sono veri e propri lager, stanze di pochi metri quadri in cui sono stipati in 50, senza servizi igienici, senza possibilita’ di lavarsi, senza cibo e acqua. E in Libia tutto ha un prezzo: se vuoi lavarti o mangiare devi pagare. Anche per essere liberato devi pagare, e se non puoi farlo devi lavorare: tutto cio’ che gli aguzzini pretendono fino a che non ritengono che il lavoro cui ti hanno costretto sia sufficiente per comprarti la liberta”’.

A.M.M. ha parlato di segregazione e violenza subita dai trafficanti che lo hanno rinchiuso in un deposito fino a quando non sono arrivati i soldi dalla famiglia per la liberazione. Ma anziche’ raggiungere Tripoli e’ finito in mano ad altri trafficanti. Ha tentato di fuggire ed e’ stato picchiato fino a fargli perdere la memoria. Quando la riacquista, capisce di essere in carcere. Poi, dopo giorni di lavoro la liberta’. Oggi sono in Italia, vivono a Caltagirone. ”La loro storia, come quella dei due eritrei, verra’ raccolta in un fotoracconto di denuncia contro una politica che chiude le frontiere e pratica i respingimenti”, fa sapere l’ Arci.

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