Chi per il dopo Gheddafi?

di Gennaro Malgeri
Pubblicato il 19 Marzo 2011 21:36 | Ultimo aggiornamento: 19 Marzo 2011 21:37

ROMA – La guerra, improvvisa e durissima come nessuno se l’aspettava, è incominciata. L’attacco quasi simultaneo dell’aviazione francese su Bengasi e dei missili Cruise su Tripoli (ma ai civili qualcuno ci ha pensato?) ha dato inizio alla danza macabra nel Mediterraneo. E dopo la guerra che cosa accadrà? Assodato che è cosa buona, giusta ed inevitabile (ancorché tardiva) deporre Muhammar Gheddafi, non è sottovalutabile il vuoto che si aprirà con la fine del regime.

Tale prospettiva non è stata minimamente presa in considerazione dal mondo che si sta coalizzando per mettere fine alla più che quarantennale dittatura del colonnello. Sicché preoccupa non poco la piega che prenderanno gli eventi, posto che vittoria militare dei “volontari” potrebbe tradursi in una sconfitta politica degli stessi se al regime non dovesse succedere immediatamente un’altra classe dirigente. Il tiranno, in tal caso, fidando sui mercenari e disponendo di non irrilevanti aree di Paese dove asserragliarsi, certamente cercherà di organizzare la controffensiva, mentre il popolo libico non avrà riferimenti politici a cui guardare.

E’ difficile, al punto in cui il conflitto si è spinto, immaginare che ci possa essere spazio nelle cancellerie occidentali per mettere in piedi una strategia politica che preveda l’assunzione del comando da parte di una classe dirigente che guidi la Libia nel tempo, prevedibilmente lungo, della transizione. Dopo la risoluzione dell’Onu 1973, non c’è stato tempo e modo per disegnare un nuovo assetto e la circostanza si rivelerà tanto più grave se a Gheddafi non verrà inferto il colpo mortale immediatamente. Evento, questo, piuttosto improbabile potendo contare i “lealisti” su una forza non indifferente e sulla quasi certa riconquista di Bengasi che vuol dire il controllo dell’intera Cirenaica.

In tal caso la guerra civile diventerebbe endemica con l’aggravante paradosso che nessuno la guiderebbe, ma sarebbero soltanto le potenze straniere a menare le danze senza peraltro poter agire sul campo al fianco di rivoltosi dotati di armi e strutture tali da contrapporsi al regime gheddafiano internazionalmente delegittimato, ma tutt’altro che domo a meno che qualcuno non si assuma l’onere di condurre truppe terrestri alla caccia del leader beduino e fargli fare la fine di Saddam Hussein.

Insomma, ciò che si profila in Libia è un tempo infinito di rappresaglie feroci, di regolamenti di conti tribali, di guerre intestine all’interno della stessa nomenclatura della Jamahyria. Ma potrebbe pure profilarsi la restaurazione dell’ordine di Gheddafi poggiante sulla logica del “male minore” per le popolazioni che vi si sottometteranno pur di scampare a quella che i fedeli del colonnello definiscono “aggressione” ad uno Stato sovrano.

Non sarà facile – sempre che la guerra duri più dello tempo ragionevole a mettere in fuga il rais ed i suoi pretoriani, assai ben difesi dai mercenari che stanno accorrendo a Tripoli da molti Paesi africani – per i volontari occidentali ristabilire un ordine accettabile poiché l’establishment occidentale non può contare su un’organizzazione libica in grado di assumersi la responsabilità di dichiarare decaduto il tiranno ed assumere la leadership. Una rivolta può essere alimentata anche dall’esterno, ma una guerra civile – ed è quella che si è sviluppata in Libia – richiede di un centro di comando nel campo della fazione che si contrappone al dittatore riconoscibile se non vuole che il Paese precipiti nel caos.

La necessità, dunque, da parte dei governi europei che maggiormente si sono assunti l’impegno di liberare il Pianeta dall’ingombro di Gheddafi, di pianificare la trasmissione del potere è un imperativo al quale non possono sottrarsi. Con il senno di poi possiamo dire che le potenze occidentali avrebbero dovuto pensarci per tempo invece di flirtare, soprattutto negli ultimi undici anni, con un Signore del petrolio che era già stato un Signore del terrore ed aveva allungato la sua sinistra ombra, che il solo Ronald Reagan riuscì a comprenderne la portata storica, sui destini di tutto il mondo, e regolarsi di conseguenza.

In particolare le classi dirigenti europee, mentre potevano utilmente agire per destabilizzare il regime facendo crescere il dissenso, hanno al contrario concesso a Gheddafi l’ingresso nei tabernacoli della finanza e dell’economia europea, sottomettendosi perfino alla sua influenza. Nessuno si è chiesto in tanti anni – mentre cacciava gli italiani vivi e morti dalla Libia, per esempio – che cosa ne facesse della ricchezza del suo popolo quel militare da operetta. Adesso lo sappiamo. E sappiamo anche che la sua disfatta a metà aprirà nel bel mezzo del Mediterraneo una sorta di “spazio afghano” o, se si preferisce, un “pantano” bellico dal quale sarà ben difficile tirarci fuori i piedi.

E’ questa una prospettiva inquietante, ma da mettere in preventivo nel momento in cui si lancia l’attacco decisivo, non avendo la benché minima idea di chi saranno coloro che erediteranno la Libia.