Da Mantova a Cuba, Angelo Malavasi, imprenditore, in carcere ma non si sa perché

Pubblicato il 4 Novembre 2010 4:39 | Ultimo aggiornamento: 4 Novembre 2010 0:41

“Sinceramente, non so perché mi trovo qui… È incredibile, ma non so perché mi hanno arrestato…”. Sono passati quattro mesi da quando Angelo Malavasi, imprenditore mantovano coinvolto, lo scorso giugno, in una retata a Bayamo, Cuba, è stato arrestato. Da allora di lui non si sa quasi più niente. Neppure le accuse, sembra, sono chiare: forse spaccio, forse detenzione di droga o forse addirittura omicidio.

Il delegato dell’ambasciata italiana a Cuba è autorizzato a fargli vista una volta al mese ed è lui che prova a fare da tramite tra il detenuto e la famiglia.

Quella di Malavasi è una storia che si confonde tra le migliaia, simili, di italiani detenuti all’estero: secondo l’ultimo censimento del DGIT, il dipartimento del Ministero che si occupa del tema, i nostri connazionali rinchiusi in prigioni straniere sono quasi 3000, di cui la maggior parte detenuta in Europa, soprattutto in Germania (1140 casi) e in Spagna (429 casi). Alcuni sono prigionieri negli Stati Uniti (134 casi).

Molti sono però rinchiusi in Paesi in cui lo standard dei diritti dei detenuti è diverso rispetto ai paesi occidentale, le pene più lunghe e severe e le celle, se possibile, meno vivibili delle nostre. In questi sciagurati casi la loro la loro vicenda personale si intreccia con la politica internazionale e con il tema dei diritti umani, come accadde anni fa per Alessandro Del Cecato, condannato in Thailandia alla pena di morte (poi trasformato in ergastolo) con l’accusa di detenzione e spaccio di sostanze stupefacenti. Per i successivi dodici anni (prima che governo italiano e thailandese trovassero un accordo) Del Cecato ha vissuto in celle affollatissime, dormendo per terra, in condizioni igieniche più che precarie e portando, sempre, saldate alle caviglie, delle catene di 4 kg.

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Il parlamentare Udc Pietro Marzaccan si è fatto autore di un’interrogazione parlamentare con la quale si chiede al ministro degli esteri  Frattini di «attivare ogni utile canale istituzionale volto a chiarire l’esatta posizione del Malavasi, che si ritiene vittima di una situazione rispetto alla quale ha sempre dichiarato una totale estraneità, e a fornire tutta l’assistenza legale e sanitaria che necessita».