Marò. Consegnarli il primo errore, la catena di ko arriva fino a Monti

Pubblicato il 6 Marzo 2012 13:10 | Ultimo aggiornamento: 6 Marzo 2012 13:29

I marò italiani Latorre e Girone trasferiti in carcere (foto LaPresse)

ROMA – Chi decise di autorizzare l’attracco della Enrica Lexie nel porto di Kochi, chi decise di autoconsegnarsi alla giustizia indiana? Che ne sarà dei due marò, soldati italiani in servizio e in divisa, trattati come detenuti comuni? E’ il primo degli errori fatali, il primo di una catena che rischia di strozzare perfino il vertice della linea di comando, quindi Monti in persona. E’ il suo primo vero passo falso, l’ultimo di una serie che coinvolge il ministero della Difesa, quello degli Esteri, il servizio consolare.

Far sbarcare i marò a Kochi segnala da subito una sottovalutazione del problema che non si capisce chi abbia potuto autorizzare. Se è stato l’armatore a ordinarlo all’insaputa delle autorità italiane è grave perché la nave è di sua proprietà, non la gestione della sua sicurezza, specie quando all’interno dell’imbarcazione un presidio nazionale esisteva. Ora c’è chi spinge per ritirare la presenza dei militari dai mari infestati dai pirati. Se l’autorizzazione è venuta dai comandi italiani, dalla diplomazia, comunque da Roma, non è meno grave: significa non comprendere le implicazioni di una resa incondizionata, ci sono regole di ingaggio precise nelle contese in acque internazionali.

Il fallimento diplomatico nella disputa con il governo indiano è sotto gli occhi di tutti,  a meno che non si voglia considerare un successo il fatto che i due militari siano reclusi in una specie di dependance del carcere di Trivandrum, possano indossare la divisa, ricevano pasti italiani invece del riso al curry. E’ la soluzione “creativa” indiana, che non trascura lo status dei militari ma assicura la detenzione. Non è bastata l’opposizione quasi fisica del sottosegretario De Mistura al trasferimento in carcere dei due fucilieri italiani. E’ giunta comunque troppo tardi perché sortisse qualche effetto. Soprattutto, la decisione del tribunale di Kollam ha anticipato i risultati delle perizie sui proiettili rinvenuti sul peschereccio. Non solo: ha anticipato anche il verdetto sulla titolarità della giurisdizione dell’Alta Corte del Kerala, il punto critico su chi deve giudicare un fatto avvenuto in acque internazionali.

Non si è capito da subito la portata del fatto di sangue incriminato: la regione conta due milioni di pescatori, si respira il clima già avvelenato di una’aspra contesa elettorale, in ogni caso, da destra come da sinistra, la questione sarebbe stata strumentalizzata. L’Italia ha avuto una condotta ondivaga. Ha oscillato tra l’eccesso di prudenza del ministro degli Esteri Terzi e la sicurezza della Difesa, convinta in assoluto che i marò non abbiano colpito il peschereccio. Il primo ora, il 6 marzo, ha denunciato l’illegittimità del provvedimento di reclusione e ha convocato l’ambasciatore indiano in Italia, dopo che era giunto perfino in India, per un viaggio già programmato, ma con sorrisi, strette di mano e imprenditori al seguito. Sulla dinamica dell’incidente invece, nessuno, nemmeno da Roma è più sicuro di quello che è successo veramente, smentendo la sicumera iniziale del ministro Di Paola.

Ora Monti corre ai ripari, la matassa si è ingigantita  a dismisura, un bandolo è lungi dall’essere trovato e i partiti, specie il Pdl, non si lasciano sfuggire la ghiotta occasione di riversare sul “salvatore” i risentimenti accumulati. Liberiamo i marò sulle magliette, facciamola pagare all’India, il ministro intervenga in aula, maratone oratorie al Pantheon, il ventaglio delle soluzioni altisonanti e tardive è già spiegato. L’Italia ha sottostimato la questione, ha sovrastimato il suo peso internazionale, ha deciso con presunzione di agire da sola. Solo oggi il vicepresidente italiano del Parlamento europeo si è appellato all’Europa, ricevendo in cambio la dichiarazione stizzita del commissario inglese Lady Ashton, “nessuno ci ha chiesto nulla”. Bisognava chiedere a Usa e Gran Bretagna, capaci di ben altra influenza sul governo indiano. Serviva prima la credibilità e la vantata autorevolezza internazionale di Mr Monti in persona: ora rischia di essere in colpevole ritardo.