I marò al servizio dei privati continuano a navigare senza accordi di tutela

Pubblicato il 25 Marzo 2013 11:59 | Ultimo aggiornamento: 25 Marzo 2013 16:52
I marò al servizio dei privati continuano a navigare

Massimiliano Latorre e Salvatore Girone (Foto Lapresse)

NEW DELHI – Il caso dei marò Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, riconsegnati alla giustizia indiana dopo un tentativo-farsa di trattenerli in patria, potrebbe non restare un caso isolato. Decine e decine di marò continuano a navigare sulla stessa rotta della Enrica Lexie, al servizio dei privati. Tutto merito di un decreto legge, del 12 luglio 2011, che ha aperto la strada all’imbarco dei militari sulle navi civili battenti bandiera italiana e della convenzione dell’11 ottobre dello stesso anno tra il ministero della Difesa e la Confederazione italiana armatori (Confitarma). È nell’articolo 5 del decreto legge e nei sette articoli che compongono l’accordo tra militari e armatori che si aprono le prime falle in cui sono scivolati i due fucilieri del battaglione San Marco.

Ogni mese accade che i marò vengono spediti a bordo di navi mercantili lungo le coste del Kerala, con le medesime regole di ingaggio e senza che sia stato stretto alcun accordo preventivo a garanzia dei nostri militari. L’ambiguità e il paradosso della situazione è che i militari, impegnati per conto del proprio Paese in una missione internazionale, si trovano in servizio a bordo di un’imbarcazione di proprietà di un armatore che paga il ministero della Difesa per il servizio di protezione che riceve. Equiparando di fatto i militari a “contractor privati”. Lo spiega bene il quotidiano la Repubblica a pagina 13:

Nonostante sia trascorso un anno tra polemiche e accuse, tra audizioni e commissioni che impegnavano il governo a riscrivere le regole, non sono stati stretti accordi con l’India né con altre decine di Stati davanti alle cui coste transitiamo lustrando le armi, e con i quali continuiamo a non avere rapporti formali né accordi. Non è mutato di una virgola il protocollo di accordo tra la Marina militare e Confitarma, nato dopo la legge La Russa che nel luglio 2011 istruiva il servizio anti pirateria; né è stato chiarito chi brandisca lo scettro a bordo della nave, in caso di attacco. Una legge che oggi anche la Lega, che pure era al governo, scopre «raffazzonata» perché i marò «sulla nave non comandano più nulla, diventano contractors privati», come accusano i senatori Volpi e Candiani.[…] «Lo stesso per il Sudan e per altri Paesi del Sud dell’Africa». Si naviga in acque internazionali ma all’interno delle “Zone economiche esclusive” altrui, rinnovando continuamente il rischio di un “incidente” che una parte rivendichi come attacco respinto e l’altra come brutale omicidio.

Di fronte a una tale incertezza del diritto e ad accordi mai scritti, il primo errore tattico commesso all’epoca fu quello di far attraccare la Enrica Lexie in un porto indiano, nonostante l’incidente fosse avvenuto al di fuori delle acque territoriali di New Delhi. Chi prese quella decisione? Nella convenzione tra Ministero e Confitarma si legge che spettano al nucleo militare di protezione solo “le funzioni di ufficiale di polizia giudiziaria limitatamente alle operazioni compiute nella repressione di un attacco dei pirati, ferme restando, per il resto, le attribuzioni del Comandante della nave”. Anzi si specifica che: “Le scelte inerenti la navigazione e la manovra della nave saranno di competenza del comandante che si orienterà alle pratiche marinaresche e a quelle altresì raccomandate dall’International Maritime Organization”.

Ma non è infondato il sospetto che la decisione di attraccare consegnando di fatto i due marò alla giustizia indiana, sia in realtà stata presa anche al di fuori dell’imbarcazione, dal momento che sempre nella convenzione è scritto che tra i doveri dell’armatore c’è quello di “informare tempestivamente il Comando in capo della squadra navale della Marina militare di ogni possibile implicazione per lo sbarco del nucleo militare di protezione in relazione alla rotta della nave”. E il riserbo mantenuto nelle prime ore dal Ministero della Difesa italiana non lascia ben pensare.

Scrive ancora il quotidiano la Repubblica:

A settembre, sei mesi dopo, «tenendo conto» del guaio dei marò una risoluzione bipartisan presentata in Commissione Difesa da Roberta Pinotti (Pd) e Paolo Amato (Pdl) impegnava il governo «anche mediante una variante al protocollo Difesa — Confitarma » a chiarire meglio «la ripartizione della responsabilità fra comandante della nave e comandante dei marò in caso di azione». Macché, altri sei mesi e nulla di nuovo è sotto il sole.

Il rischio che possa accadere di nuovo è altissimo. Appena dieci giorni fa un mercantile italiano è stato preso d’assalto dai pirati nel Golfo di Aden. I fucilieri hanno sparato e i pirati si sono tirati indietro. “Abbiamo subito diversi attacchi, generalmente bastano colpi di avvertimento”, hanno spiegato dalla Marina militare. Ma, si domanda Repubblica, e se ci scappasse di nuovo il morto e ci accusassero di aver colpito civili inermi? Le regole attualmente restano invariate, ma la storia ci insegna che in caso di incidente è meglio fuggire.