Marvin Wilson è stato giustiziato. Le sue ultime parole: “Abbracciate mia madre”

Pubblicato il 8 agosto 2012 8:08 | Ultimo aggiornamento: 8 agosto 2012 13:03
Marvin Wilson e il lettino dove si pratica l'iniezione letale

Marvin Wilson. A destra il lettino dove si pratica l’iniezione letale

NEW YORK – Marvin Wilson è morto: la condanna a morte è stata eseguita mercoledì mattina nel carcere di carcere di Huntsville, in Texas. L’uomo è stato dichiarato morto dalle autorità alle 7 di stamattina (ora italiana). Le sue ultime parole sono state rivolte alla famiglia: ”Abbracciate mia madre e ditele che le voglio bene. Portami a casa Gesù, portami a casa Dio”. Poi il veleno ha preso a scorrere nelle sue vene.

La Corte Suprema ha respinto poche ore prima dell’iniezione letale l’ultimo tentativo di appello dei legali di Wilson. ”La corte – affermava l’appello – deve fermare questa esecuzione crudele e incostituzionale di un uomo mentalmente ritardato”. Wilson aveva 53 anni e un quoziente intellettivo di 61, sotto la media accettata di 70. E proprio sul suo ritardo mentale gli avvocati hanno cercato di fare leva. Wilson è stato condannato nel 1994 per la morte di Jerry Williams, che lo aveva identificato alla polizia come spacciatore di droga. Il suo complice nel crimine, Terry Lewis, è stato condannato all’ergastolo, dopo che la moglie ha testimoniato contro Wilson, riferendo che era stato lui stesso a confessarle di aver premuto il grilletto.

Wilson ha sempre dichiarato di non aver commesso l’omicidio. Nel 2002 la Corte Suprema ha proibito l’esecuzione dei ritardati mentali, dichiarandola contraria all’Ottavo emendamento della Costituzione. La Corte ha pero’ lasciato agli stati la decisione su come determinare chi rientra nella categoria dei ritardati mentali. Il Texas ha stabilito che un ritardato mentale presenta le stesse caratteristiche del personaggio Lennie del romanzo di John Steinbeck ‘Uomini e topi’. ”Prima del caso di Wilson, non avevo idea che uno Stato come il Texas si rifacesse a un personaggio creato da mio padre – afferma Thomas Steinbeck, figlio del romanziere – come riferimento per stabilire se qualcuno con infermità mentale possa vivere o meno. Sono sicuro che se mio padre fosse qui sarebbe arrabbiato e offeso nel vedere il suo lavoro usato in questo modo”.