Meriam, sospesa pena di morte ma ancora in carcere: “Partorirà in catene”

di Redazione Blitz
Pubblicato il 22 Maggio 2014 13:21 | Ultimo aggiornamento: 22 Maggio 2014 13:21
Meriam Yahia Ibrahim ancora in carcere: "Partorirà in catene"

Meriam Yahia Ibrahim ancora in carcere: “Partorirà in catene”

ROMA – “Meriam sta per partorire in prigione e con le catene alle caviglie”. Il marito di Meriam Yahia Ibrahim, la donna del Sudan condannata a morte per apostasia, ne ha richiesto il rilascio attendendo che il suo caso sia discusso alla Corte suprema. Ma nell’attesa di un nuovo processo Meriam resta in carcere e in catene, mentre dal 1° giugno, scaduto il tempo della gravidanza, ogni giorno potrebbe nascere il suo bimbo.

Il tempo stringe e Meriam resta nel carcere di Khartum, scrive Cecilia Zecchinelli sul Corriere della Sera:

“Intanto, però, raccontano gli avvocati e il marito che ieri l‘hanno visitata in cella a Khartum, «Meriam è ormai vicinissima al parto, dal 1° giugno ogni giorno è possibile, e sta molto male. L’hanno perfino incatenata alle caviglie, per la prima volta, ha le gambe gonfie. Abbiamo chiesto di farla almeno partorire a casa o in ospedale ma non siamo ottimisti, le detenute qui danno alla luce i figli in prigione, a meno che non sia necessario un cesareo». E Meriam non è sola: con lei nello sporco e nel caldo infernale (40 e più gradi) c’è il piccolo Martin, di 22 mesi, che «ha la febbre». Nemmeno per lui nessuna pietà”.

La giovane, cresciuta secondo la fede cristiana dalla madre, è figlia di un musulmano e per questo due zii l’hanno accusata di apostasia, cioè di aver tradito l’islam, e denunciata:

“La storia assurda e crudele di questa giovane donna e dei suoi due bambini, Martin e quello in arrivo, era iniziata con la denuncia di due zii musulmani che la incolpavano di essere una «convertita», e quindi per la sharia una «apostata». Incarcerata a febbraio, per mesi le ambasciate occidentali a Khartum, soprattutto anglosassoni, avevano tentato di intercedere presso il governo. Ma invano”.

Oltre alla condanna a morte, Meriam ha sposato un uomo cristiano, dunque il suo matrimonio è considerato nullo dalla Sharia e lei una adultera, altra accusa che le è costata 100 frustate oltre alla pena capitale. Il clamore mediatico e l’impegno delle organizzazioni umanitarie hanno permesso la sospensione della pena e l’avvio di un nuovo processo alla Corte suprema del Sudan, ma la situazione della giovane resta in stallo.

Antonella Napoli, presidente della Ong Italians for Darfur, ha lanciato un appello a Giorgio Napolitano e altre organizzazioni perché la storia di Meriam non sia dimenticata:

“«Ma non basta, non possiamo dimenticare Meriam. Nonostante ci siano assicurazioni che il giudizio finale sarà affidato alla Corte costituzionale, organo più politico, e quindi la pena di morte esclusa, il caso non è ancora chiuso. E sarebbe un errore in questo momento abbassare la guardia»”.