#MeToo, i limiti di un processo via hashtag

di Redazione Blitz
Pubblicato il 14 marzo 2018 6:12 | Ultimo aggiornamento: 13 marzo 2018 18:16
#MeToo, i limiti di un processo via hashtag

#MeToo, i limiti di un processo via hashtag

LONDRA – “E’ l’era #MeToo. Quando una donna sostiene che un uomo ha fatto qualcosa, qualsiasi cosa, comporta il verdetto feroce di una giuria che risponde con un “Colpevole!”. E’ un processo via hashtag, quasi una sentenza”.
E’ quanto scrive sul Daily Mail la giornalista britannica Rachel Johnson che indica due diverse situazioni ma ugualmente significative e che, probabilmente, scatenerà l’indignazione delle femministe.
La prima riguarda Livia Giuggioli, moglie di Colin Firth: “Non avrei mai pensato di scrivere questa frase ma Livia Firth, ha accusato un amico d’infanzia italiano di perseguitarla dopo aver avuto con lui una relazione extraconiugale”.

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“Potrebbe essere il classico “lui ha detto, lei ha detto”, Marco Brancaccia accusa Livia di aver inventato le minacce per impedirgli di spifferare la loro relazione, ma c’è una differenza fondamentale: è l’era #MeToo.
“In sua difesa, Brancaccia afferma di aver inviato alla Giuggioli un paio di messaggi e una mail a Firth, che apparentemente era “comprensivo”, dopo la fine della relazione ma se il caso finirà in un tribunale italiano e sarà giudicato colpevole, potrebbe essere condannato a 4 anni di prigione. Quattro anni!” commenta la giornalista.
L’altro caso riguarda William Freeman, ex direttore del Northampton Water Ski Club, condannato a firmare il registro dei molestatori dopo aver baciato la spalla di una donna e un’altra volta sulla testa.
La donna ha denunciato Freeman alla polizia ed è stato arrestato. Ha negato l’accusa di violenza sessuale ma il primo giorno del processo ha cambiato la  dichiarazione di colpevolezza.

La giudice lo ha elogiato per aver “ammesso la responsabilità” e gli ha risparmiato lo strazio di un processo
“Se fossi un uomo, non mi avvicinerei più a una donna, per non parlare di provare a baciarne una”, sostiene con amara ironia la Johnson.
“Fa venir voglia di lanciare la Royal Society per la Protezione degli Uomini. Nel caso Freeman la giudice ha creato un precedente allarmante: ogni donna che riceve un’avance indesiderata potrebbe condannare qualcuno a firmare il registro dei molestatori”.

“Dev’essere fatta giustizia. Le voci delle donne devono essere ascoltate. Ma quando le donne armano le loro voci possono avere conseguenze devastanti, e prevale un brutto clima di “colpevole fino a prova contraria”.
Se deve esserci una tregua autentica e duratura nella Battaglia dei Sessi, è molto importante che la vita nell’era di #MeToo sia equa e giusta sia per gli uomini che per le donne. Dopo tutto, la totale uguaglianza dovrebbe essere il principio fondante del femminismo, osserva la giornalista.
“La lotta per i diritti delle donne non è finita e sono una femminista orgogliosa e attiva. Ma sono anche una madre, e non starò a guardare gli uomini perseguitati perché sono uomini. Se lo tolleri, i tuoi figli potrebbero essere i prossimi”.

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