Migrante racconta il viaggio verso l’Europa: “In Libia era come stare all’inferno”

di Caterina Galloni
Pubblicato il 29 Agosto 2020 6:09 | Ultimo aggiornamento: 28 Agosto 2020 19:13
Migrante racconta il viaggio verso l'Europa

Migrante racconta il viaggio verso l’Europa: “In Libia era come stare all’inferno” (foto ANSA)

Mustapha Sallah, incarcerato e torturato in Libia, sopravvissuto per miracolo, ora cerca di sensibilizzare i giovani africani sui rischi dell’emigrazione illegale.

Mustapha Sallah è un migrante che racconta come nel 2016 partì dal Gambia con l’intenzione di sbarcare in Europa.

Un viaggio difficile, in cui ha rischiato di morire, ma che è terminato bruscamente a Tripoli dove è finito in un centro di detenzione libico.

Per questo ha lanciato un allarme ai connazionali che intendono intraprendere lo stesso pericoloso viaggio.

Mustapha sperava di entrare in Europa, studiare informatica e avere un futuro migliore.

Invece, dopo essere catturato a Tripoli dalla Guardia costiera libica, si è ritrovato in un centro di detenzione.

“Eravamo tenuti in stanze poco ventilate e senza servizi igienici. Restavamo seduti per giorni senza fare il bagno. Era come stare all’inferno”, ha raccontato Sallah alla CNN.

Ha aggiunto che gli agenti del centro di detenzione spesso li aggredivano, “ci picchiavano per la minima cosa, come rifiutare di dormire”.

Tutto era iniziato nel gennaio 2017. Il venticinquenne gambiano pur di garantirsi un futuro migliore in Europa, era pronto a rischiare.

Ma nessuno lo aveva avvertito dei pericoli a cui stava andando incontro.

Se e quando fosse uscito dal centro di detenzione, si era ripromesso di aiutare gli altri a informarsi adeguatamente.

MIGRANTI DIRETTI IN EUROPA

Sallah è cresciuto a Serekunda, a sud-ovest di Banjul, capitale del Gambia.

Racconta che per ottenere la borsa di studio si era impegnato duramente. La madre avrebbe smesso di vendere verdure al mercato.

Nel 2016, ha vinto una borsa di studio per studiare informatica a Taiwan.

“Ma in Gambia non c’era un’ambasciata di Taiwan e dovevo andare a quella più vicina ad Abuja, in Nigeria”, ha spiegato.

Dopo aver preso in prestito del denaro dalla sorella per recarsi in Nigeria, ha trascorso nel paese tre mesi ma la richiesta di visto è stata rifiutata.

Tre anni prima, l’allora presidente del Gambia, Yahya Jammeh, aveva chiuso i rapporti diplomatici con Taiwan per quello che definiva “interesse strategico nazionale”.

A quel punto “non sapevo cosa fare. Se rimanere in Nigeria o andare in qualsiasi altro paese africano. Alla fine ho pensato di emigrare (in Europa) perché conosco diverse persone che hanno intrapreso il viaggio e ce l’hanno fatta”, ha spiegato Sallah.

Con una popolazione di 2,3 milioni di persone, il Gambia è tra i paesi più piccoli dell’Africa.

Ma nonostante le piccole dimensioni, la migrazione è abbastanza diffusa e svolge un ruolo chiave nell’economia del paese.

Secondo l’International Organization for Migration (IOM), i trasferimenti di denaro all’estero, su una media di 90.000 gambiani che vivono dal Paese, rappresentano oltre il 20% del PIL del paese.

Il 48% dei gambiani vive in povertà e molte persone cercano altrove delle opportunità per migliorare l’esistenza.

Ma molti lasciano il paese senza un’adeguata documentazione o senza attraversare un punto di confine ufficiale.

Tra il 2014 e il 2018, l’OIM stima che più di 35.000 gambiani hanno raggiunto l’Europa attraverso “modalità irregolari”.

“In Gambia c’è una tradizione della mobilità. È una lunga storia di persone che utilizzano la migrazione come mezzo di sostentamento e per guadagnare.

“Molti dei rimpatriati con cui abbiamo lavorato affermano di aver intrapreso il viaggio per motivi economici”, ha spiegato alla CNN Etienne Micallef, responsabile del programma OIM in Gambia.

“Hanno la sensazione che emigrando in Europa, si garantiranno un reddito migliore così da mantenere loro stessi e le famiglie rimaste a casa”.  

Ma è un viaggio molto rischioso. Secondo l’OIM a livello mondiale, tra gennaio 2014 e ottobre 2019 sono stati registrati almeno 33.687 morti e migranti scomparsi.

Quasi la metà si è verificata sulla rotta tra il Nord Africa e l’Italia.

Sallah, che ha detto di desiderare un’istruzione che gli permettesse di trovare un lavoro per mantenere la sua famiglia, ha ribadito che nessuno lo aveva avvertito di quanto sarebbe stato incredibilmente pericoloso il viaggio.

Dopo che gli è stato negato il visto per studiare a Taiwan, racconta di essere salito su un autobus diretto a nord verso Agadez, una città del Niger.

“Non conoscevo la zona, continuavo a chiedere alle persone quale fosse il modo migliore o possibile per raggiungere il Niger”.

Da lì è riuscito a recarsi in Libia.

“Devi pagare i trafficanti. Ti sistemano sul retro dei camion per arrivare in Libia e poi in Europa. Con mio cugino ho passato un mese in Libia poi a bordo di un camioncino sono andato a Tripoli”, ha detto alla CNN .

Sallah spiega che il viaggio a Tripoli è stato pericoloso, è stato arrestato e più volte i banditi armati gli hanno estorto del denaro.

Sallah ha detto che è stato vicino a morire di fame, ha assistito inoltre a uno scontro a fuoco tra banditi armati e trafficanti: “Il nostro ci ha detto che se volevamo restare a Tripoli, dovevamo abituarci agli spari”.

Ma tutto si è interrotto bruscamente nel gennaio 2017, quando a Tripoli è stato arrestato dalla Guardia costiera libica.

CENTRI DI DETENZIONE IN LIBIA

La Libia è il principale punto di transito lungo la rotta del Mediterraneo centrale.

Le persone che rimangono bloccate nel paese sono spesso arrestate dalla Guardia Costiera libica, responsabile del pattugliamento delle acque costiere per prevenire il contrabbando e la tratta.

Sallah ha raccontato che per quattro mesi è stato tenuto in pessime condizioni in un centro di detenzione a Tripoli, con migranti provenienti da diversi paesi dell’Africa occidentale.

In Libia ci sono 11 centri di detenzione per migranti gestiti dal Governo di Accordo Nazionale (GNA) sostenuto dalle Nazioni Unite in Libia.

Secondo il Global Detention Project, ogni giorno circa 2.362 detenuti sono trattenuti in queste strutture.

Human Rights Watch (HRW) e Amnesty International hanno criticato le condizioni dei centri di detenzione.

Ad aprile, entrambi hanno firmato un comunicato in cui esortavano gli Stati membri e le istituzioni dell’UE a rivedere la loro politica sui migranti e la cooperazione con la Libia.

La politica, si legge nel comunicato, ha consentito “la detenzione arbitraria e il trattamento crudele, inumano e degradante” di migranti e rifugiati.

Durante la detenzione, Sallah ha incontrato un connazionale che ha suggerito di creare l’organizzazione no-profit Youth Against Irregular Migration (YAIM) per mettere in guardia gli altri gambiani sui rischi della migrazione irregolare.

“Sono andato in giro per il centro di detenzione, ho contattato tutti i gambiani che ho trovato” e 171 erano pronti a unirsi all’organizzazione.

“Eravamo d’accordo che se ce l’avessimo fatta a uscire, avremmo fondato un’associazione per sensibilizzare le persone su quanto sia problematico il viaggio in Europa”, ha detto Sallah.

GIOVANI CONTRO L’IMMIGRAZIONE IRREGOLARE

Ad aprile 2017, come parte del mandato per rimpatriare e reintegrare i migranti bloccati o detenuti nei paesi di transito, l’OIM ha facilitato il ritorno di Sallah e di molti altri all’interno del centro di detenzione in Gambia.

Nello stesso anno, l’OIM ha ricevuto finanziamenti dall’UE per 3,9 milioni di euro nell’arco di tre anni, così da espandere le sue operazioni in Gambia.

Da allora, secondo Micallef, l’OIM ha rimpatriato in Gambia più di 5.000 persone.

Ha aggiunto che quando i rimpatriati arrivano all’aeroporto o al confine, vengono accolti dal personale dell’OIM che organizza un alloggio temporaneo, consulenza e supporto medico per coloro che ne hanno bisogno.

Alcune settimane dopo il ritorno in Gambia, Sallah ha detto di aver incontrato alcuni membri di YAIM che si erano iscritti mentre erano nel centro di detenzione.

“Dopo essere tornati in Gambia ci siamo incontrati quasi ogni settimana. All’inizio finanziariamente è stato difficile ma molti di noi hanno avuto il sostegno delle famiglie”. (Fonte: CNN)