Migranti, “5 milioni di euro da Roma alla Libia per fermare gli sbarchi”

di redazione Blitz
Pubblicato il 28 ottobre 2017 7:35 | Ultimo aggiornamento: 27 ottobre 2017 23:15
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Migranti, “5 milioni di euro da Roma alla Libia per fermare gli sbarchi”

TRIPOLI – A Sabratha, città costiera della Libia già feudo dell’Isis da cui partono molte barche cariche di migranti, si sta svolgendo la lotta per i traffici di esseri umani. Protagonista, il clan Dabbashi a cui l’Italia, questa l’ipotesi riportata da Francesco Semprini su La Stampa, avrebbe pagato cinque milioni di euro.

Si tratta di un piccolo tesoretto su cui tutti i clan rivali vorrebbero mettere le mani. Ma non è chiaro se quei soldi siano davvero arrivati in Libia, e se si a chi siano arrivati.

La Farnesina, spiega La Stampa,

smentisce categoricamente ogni contatto, ma Hussein Alk-Alagi, portavoce della milizia Al-Wadi, che ha innescato la rivolta anti-Dabbashi, conferma: “L’accordo con l’Italia è stato un disastro”. E mentre sulla polveriera di Sabratha spunta anche l’ombra del generale Haftar, ci si chiede chi fermerà l’ondata di migranti in arrivo dal serbatoio del Sahel.

Secondo la versione ufficiosa lo scorso luglio si sarebbe raggiunto un accordo affinché il clan Dabbashi fermasse le partenze in cambio di “attrezzature” e del “restyiling” della fedina penale degli affiliati delle due milizie di famiglia, la Brigata 48 e Al-Amnu.

Ma, aggiunge Semprini, secondo fonti locali

emissari italiani avrebbero stretto un accordo coi Dabbashi, barattando aiuti e soldi, in cambio dello stop dei barconi. Secondo quanto sostengono fonti locali il denaro in questione sarebbe stato individuato nell’equivalente di circa 5 milioni di euro (non si sa se e quanti ne siano arrivati), oltre alla garanzia di un ufficio nel compound di Mellitah. La Farnesina smentisce qualsiasi contatto con il clan. A confermare l’intesa è Abdel-Salam Helal Mohammed, direttore dell’unità anti-trafficanti del ministero degli Interni libico: «Con quell’incontro non ci sono state più partenze».

Così mentre i Dabbashi frenano le partenze, le fazioni che non hanno avuto nulla insorgono, e inizia l’insurrezione anti-Dabbashi guidata dai salafiti.

Ai rivoltosi si affianca Operation Room creata dal Consiglio presidenziale subito dopo i raid Usa di febbraio su postazioni Isis a Sabratha. Alcuni di loro sono gli eroi di Sirte guidati dal colonnello Abduljalil. I militari pian piano prendono il controllo di Sabratha e i Dabbashi vengono messi all’angolo nel corso degli scontri dove muoiono circa cento persone. Bashir Ibrahim, portavoce di Al Amnu, riconosce che l’accordo con l’Italia è stato la causa della guerra: «È una questione di potere, denaro e territorio». Il portavoce di Al-Wadi, Hussein Alk-Alagi, definisce l’accordo un «disastro» che ha rinforzato solo una banda di criminali.