Morte Bin Laden: le “verità nascoste” nel blitz dei Navy Seals ad Abbottabad

di Redazione Blitz
Pubblicato il 1 Marzo 2013 7:45 | Ultimo aggiornamento: 28 Febbraio 2013 17:19
Bin Laden: le "verità nascoste" nel blitz dei Navy Seals ad Abbottabad

Il blitz col quale fu ucciso Osama Bin Laden ricostruito sul set di “Zero Dark Thirty” (Ap-LaPresse)

ROMA – Il blitz col quale è stato ucciso Bin Laden non è andato come vi hanno raccontato: è la tesi di Lookout News, rivista di geopolitica che nel suo secondo numero suggerisce una verità alternativa. Sull’operazione dei Navy Seals americani che ha portato alla morte di Osama Bin Laden sono state dette molte cose e date molte versioni. Una ridda di ricostruzioni e sospetti alimentati dalla scelta della Casa Bianca di non divulgare immagini del blitz e soprattutto del cadavere di Bin Laden. Con il film Zero Dark Thirty per la prima volta abbiamo “visto” qualcosa. Quello che il film di Kathryn Bigelow mostra è la versione ufficiale, “un po’ troppo drammatizzata” secondo la Cia, ma resta una trasposizione cinematografica del “verbale” delle autorità Usa.

Secondo Alfredo Mantici, direttore editoriale di Lookout News, l’operazione non è stata così trionfale come è stato raccontato finora. La rivista di geopolitica e intelligence riassume i passaggi più importanti della lunga caccia che ha portato alla morte del “nemico numero 1” degli Stati Uniti:

Nell’agosto 2010 Leon Panetta, allora capo della CIA, riferì al Presidente Obama che i sensori dell’Agenzia avevano individuato, con buon margine di certezza, un corriere di Bin Laden, un uomo di circa trent’anni di nome Abu Ahmed Al Kuwaiti. È l’inizio della fine per Osama Bin Laden, che troverà la morte il 1 maggio 2011 con l’operazione “Neptune Spear”, e il punto più alto della prima presidenza Obama.

L’operazione finale iniziò subito male: il primo Black Hawk, gli elicotteri dei Navy Seals, atterrò malamente e finì dal tetto della palazzina che ospitava Bin Laden, il famoso “compound”, al pollaio, sempre all’interno del perimetro del compound:

Con molta calma, i dodici Seal del primo elicottero si riorganizzarono e in pochi minuti (durante i quali è verosimile che gli abitanti del compound si siano resi conto di cosa stava accadendo) uscirono dall’elicottero che si era adagiato sul terreno inclinandosi di 45 gradi, e si fecero strada verso l’abitazione, facendo saltare con cariche esplosive i cancelli e le porte che si trovavano davanti. Nella casa del custode, dove viveva con la moglie e i figli, il corriere Al Kuwaiti afferrò un’arma e, appena si affacciò all’esterno, venne falciato da una raffica di mitra. Stessa sorte all’interno dell’edificio principale toccò al fratello Abrar, a sua moglie e al figlio di Bin Laden, Khalid.
Mentre all’esterno del perimetro il team del secondo elicottero, con l’aiuto dell’interprete e del cane, teneva a bada i curiosi che, allarmati dai rumori e dalle esplosioni, iniziavano ad affluire, i dodici Seal della prima squadra giunsero al terzo piano della palazzina e si trovarono di fronte la figura inconfondibile di Osama Bin Laden: senza esitazione (“nessuno voleva prigionieri” confermerà poi il capo missione) lo abbatterono con un colpo al torace seguito da uno nella testa. In tutto l’operazione durò circa venticinque minuti.
Dopo aver raccolto in casa documenti, cd, dvd e computer contenenti informazioni potenzialmente utili nella lotta contro Al Qaeda, i Seal distrussero l’elicottero precipitato nel pollaio e, infilato il cadavere del “nemico pubblico numero uno” in una body bag nera, rientrarono alla base di Jalalabad, mentre alla Casa Bianca si festeggiava lo straordinario successo dell’operazione “Neptune Spear”, dopo la ricezione del messaggio: “Geronimo E.K.I.A.” (Geronimo – nome in codice di Osama – “Enemy Killed In Action”).

Questa è la versione ufficiale. Questi i dubbi di Mantici:

Ma le cose sono andate veramente così? La versione fatta filtrare con abbondanza inconsueta di dettagli operativi suscita alcune perplessità. In primo luogo, la durata: mezz’ora per un blitz antiterrorismo del tipo “mordi e fuggi” è un tempo lunghissimo, durante il quale il numero delle cose che possono andare storte cresce minuto dopo minuto. Dal momento in cui il primo elicottero si è schiantato sul pollaio nel cortile di casa Bin Laden a quando gli incursori sono arrivati sull’obiettivo, nessuno in casa è entrato in allarme né ha predisposto contromisure: è credibile questa versione? I fratelli Al Kuwaiti e il figlio di Bin Laden sono rimasti silenziosi nelle loro camere, mentre i Navy Seal uscivano faticosamente dall’elicottero precipitato e si facevano strada nel compound, facendo saltare con cariche esplosive i cancelli e le porte dell’abitazione? I militari di stanza nell’Accademia (distante solo un chilometro da Kukal road) non hanno sentito nulla? Un super ricercato con una taglia di 25 milioni di dollari sulla testa affida la propria sicurezza soltanto a due corrieri e al figlio?

Cos’è successo veramente? Con ogni probabilità, il blitz in “casa Bin Laden” non si è concluso senza perdite per le teste di cuoio della marina Usa. Perché questo ha influito sulla versione dei fatti fornita al pubblico? Perché i morti nell’operazione di Abbottabad sono stati messi in conto tutti in un’operazione successiva. Questa è la tesi di Mantici, che cita una “fonte attendibile pakistana” e “alti ufficiali del Pentagono che preferiscono mantenere l’anonimato”: “La fonte pakistana sostiene che quella notte sul luogo dell’incursione c’erano «numerose body bag dell’esercito americano contenenti corpi»”.

Le fonti del Pentagono, se da un lato non ammettono esplicitamente perdite ad Abbottabad, richiamano l’attenzione su un altro “incidente” che ha coinvolto i Navy Seal del Team Six, poche settimane dopo. Nella notte del 6 agosto, a sessanta miglia dalla capitale afghana Kabul, nel distretto di Wardak Sayad Abad un elicottero Chinook […] viene lanciato all’assalto di una casa piena di combattenti talebani armati. L’elicottero viene abbattuto da un talebano con un lanciagranate RPG. Nell’episodio perdono la vita trenta militari americani, sette soldati afghani e un interprete. Uno degli americani è morto con il cane che il team portava con sé; degli altri, sette erano piloti e membri dell’equipaggio, mentre ventidue erano Navy Seal, sedici dei quali appartenenti al Team Six, proprio lo stesso dell’attacco a Bin Laden. Anche questo episodio, almeno stando alla versione ufficiale (arricchita di un particolare francamente incredibile quando sostiene che “il talebano che ha abbattuto l’elicottero è stato identificato ed eliminato”) desta qualche perplessità: prima fra tutte, l’uso di un elicottero troppo lento e vulnerabile per missioni di attacco. Nel blitz di Abbottabad, i Seal hanno usato i Black Hawk, più veloci e silenziosi dei Chinook, non a caso utilizzati come supporto e rifornimento e per questo tenuti fuori dal perimetro operativo.
Inoltre, il Chinook abbattuto il 6 agosto era letteralmente “pieno” di commandos, in evidente violazione delle norme di sicurezza, in uso presso tutte le Forze Speciali, che prevedono di suddividere queste preziose risorse umane e professionali su più mezzi di trasporto, proprio per evitare di perderne una quantità relativamente altissima in un unico incidente (Ad Abbotabad i Seal erano divisi: dodici su un Black Hawk e dieci sull’altro).

Unendo i puntini, il numero da record di Navy Seals morti nell’operazione contro i talebani del 6 agosto sarebbe servito a coprire le macchie di sangue (americano) sul “trionfo” del blitz contro Bin Laden.