Pirati, Somalia, Buccaneer/ Mario Iarloi, il comandante: “Stiamo impazzendo. Liberateci, fateci tornare a casa. Non c’è più viveri, acqua, medicine. Da 51 giorni siamo prigionieri”

Pubblicato il 2 giugno 2009 13:03 | Ultimo aggiornamento: 3 giugno 2009 14:56

«Non ce la facciamo più, vogliamo andare a casa». La voce prima pacata, monotona, di Mario Iarloi, comandante del rimorchiatore italiano Buccaneer, dalla vigilia di Pasqua ostaggio dei pirati somali, d’improvviso sale di tono, diventa un grido disperato e sbotta in un attacco diretto alla inattività del Governo italiano.

Mario Iarloi ha 51 anni, è abruzzese, di Ortona (Chieti), città che è anche il porto di armamento del “Buccaneer”, proprietà della Micoperi Marine Constructors di Ravenna, in Romagna. L’equipaggio dei Buccaneer è formato da 16 uomini, dei quali dieci italiani, gli altri romeni e bulgari.

Dice Iarloi: «Siccome le trattative non ci sono , che le facessero, telefonassero a ‘sti benedetti signori. Sono 51 giorni che lo devono fare, e ci siamo rotti le scatole di stare su questa cazzo di barca. Non ce la faccio più».

Le condizioni, a bordo del Buccaneer sono disperate: non ci sono viveri, né acqua, né medicinali. Fuori picchia il sole africano, a bordo non c’è aria condizionata, la nave è come un forno.

Massimo Alberizzi, il giornalista del Corriere della Sera, che meglio di tutti i suoi colleghi italiani ha seguito la vicenda del Buccaneer, ha parlato al telefono con Mario Iarloi, il comandante del rimorchiatore. Sono 4 minuti e 56 secondi di registrazione, che si può sentire sul sito Corriere.it: una testimonianza che dà i brividi e fa venire le lacrime agli occhi.

La trascrizione che segue è fedele, anche se alcune parole di Iarloi sono poco comprensibili, date le sue condizioni di salute.

Dopo i preliminari, Alberizzi chiede: «Siete tutti sulla nave?».

Risponde Iarloi: «Una dozzina di persone sono state portate a terra».

A: «Avete ricevuto il camion di cibo?».

I: «Non abbiamo ricevuto niente».

A: «Situazione?».

I: «Situazione è cattiva».

A: «Avete da mangiare?».

I: «Riso e un po’ di pane».

A: «Acqua ne avete?».

I: «Non c’è più acqua potabile».

A: «Le trattative sono in corso?».

Risposta incomprensibile, ma sembra voler dire che non ne sa nulla

A: «C’è qualcuno che è ammalato?».

I: «Abbiamo delle persone che non stanno bene. Depressione, problemi di cuore».

A: «Medicine ne avete?».

I: «Abbiamo le medicine normali che abbiamo a bordo, ma ne sono rimaste poche».

A: «Vi erano arrivate delle medicine?».

I: «Tempo fa erano arrivate delle medicine, ma ormai, con una sotria infinita del genere…»

A: «Il governo italiano si è fatto sentire da voi, avete parlato?».

I: «Con noi non hanno parlato. Io parlo col capo [dei pirati] che parla italiano, ma quando telefonano non so chi sta telefonando, non è che spieghino a me quello che stanno facendo o quello che…chi ha telefonato».

A: «Vuoi lanciare un appello?».

I: «Voglio lanciare un appello per dire per favore aiutateci, che qua non ce la facciamo più. Ci sta gente che veramente, veramente sta male, io non sono un dottore,  non ci sono dottori, non riesco a poter curare delle persone che non so nemmeno cos’hanno, oppure a curarle soltanto vedendole in faccia, vedendo che danno i numeri, che non riescono a parlare da persone ragionevoli. Tra l’altro non ragioni più neanche io e quindi ci sono tante cose che sbagliamo.

«È una situazione assurda, non abbiamo più la forza di andare avanti. C’è gente che si sta abbandonando, mangiare non ce n’è, poco o niente giusto per sostenere il fisico. Liberateci da questa situazione perché non ce la facciamo più, altrimenti gli diciamo noi sparate.Anche loro sono nervosi, ogni tanto sparano, non è una situazione…diciamo che non ce la facciamo più, vogliamo andare a casa.

«Siccome le trattative non ci sono, che le facessero, telefonassero a ‘sti benedetti signori. Sono 51 giorni che lo devono fare, e ci siamo rotti le scatole di stare su questa cazzo di barca, non ce la faccio più».