Polanski: “Ho pagato. Berna dica no all’estradizione”

Pubblicato il 3 Maggio 2010 10:53 | Ultimo aggiornamento: 3 Maggio 2010 10:53

Roman Polanski

Sette mesi dopo il suo arresto all’aeroporto di Zurigo, il 26 settembre del 2009, Roman Polanski rompe il silenzio e si difende dalla richiesta di estradizione fatta dalla California. Lo fa con un testo pubblicato dalla rivista “Le Règle du Jeu”, diretta da  Bernard-Henry Lévi.

Da Gstaad, la località turistica svizzera dove si trova agli arresti domiciliari, il regista ricorda, e spera che la confederazione elvetica non riconosca la richiesta di estradizione fatta dagli Stati Uniti.

Ricorda di essersi dichiarato colpevole, 33  anni fa, di aver violentato una ragazzina di tredici anni. Scontò la sua pena nel carcere di massima sicurezza a Chino.

Una volta uscito di prigione, spiega il regista, “il giudice ha cambiato idea e ha dichiarato che, tutto sommato, quella incarcerazione non costituiva la totalità della mia pena. È la sua minaccia di farmi incarcerare di nuovo per un periodo di tempo indeterminato se avessi insistito a far intendere la mia voce e se non mi fossi comportato come lui voleva che mi ha fatto decidere di lasciare gli Stati Uniti”.

La vicenda è tornata a galla ora per un documentario con le testimonianze di persone coinvolte, all’epoca, nella storia. Il filmato metteva in cattiva luce il trattamento a cui Polanski era stato sottoposto da parte degli Stati Uniti, e per quetso, sostiene il regista, le autorità di Los Angles si sarebbero “irritate”, richiedendone l’estradizione alla Svizzera.

La Corte della California ha deciso di procedere contro il regista nonostante le numerose richieste della vittima di desistere, per risparmiarle i tormenti che attraversa ogni volta che questa vicenda viene evocata.

Polanski porta a suo sostegno anche la testimonianza, sotto giuramento, di Roger Gunzon, procuratore distrettuale aggiunto dell’epoca,  che lo scorso 26 febbraio ha dichiarato davanti al giudice Mary Lou Villar e in presenza di David Walgren, l’attuale procuratore, che il 16 settembre 1977 il giudice Rittenband aveva dichiarato davanti a tutte le parti in causa che il mio periodo di incarcerazione a Chino corrispondeva alla totalità della condanna che il regista doveva scontare.

Polanski ricorda anche di aver versato “un’elevatissima somma come cauzione, e questo mi ha obbligato a ipotecare l’appartamento in cui vivo da oltre 30 anni”.

“Non posso mantenere il silenzio più a lungo”, dice. E spera che, dopo 33 anni dai fatti, dopo il carcere duro, “la Svizzera riconoscerà che questa domanda di estradizione non si basa su alcuna giustificazione legale, e che potrò così ritrovare la pace, riunirmi alla mia famiglia, e vivere libero nel paese dove sono nato”.