Safari in Tanzania, think tank denuncia: “Masai cacciati per fare spazio ai turisti”

di Redazione Blitz
Pubblicato il 10 maggio 2018 16:54 | Ultimo aggiornamento: 10 maggio 2018 16:54
Safari in Tanzania, think tank denuncia: "Masai cacciati per fare spazio ai turisti"

Safari in Tanzania, think tank denuncia: “Masai cacciati per fare spazio ai turisti”

DODOMA – Via i Masai indigeni per favorire il turismo dei safari. E’ quel che starebbe accadendo in Tanzania, Paese dell’Africa meridionale tra i più frequentati dagli amanti di questo tipo di vacanze. Qui
[App di Blitzquotidiano, gratis, clicca qui, Ladyblitz – Apps on Google Play] proprio per far arrivare più turisti il governo starebbe cacciando migliaia di allevatori Masai dalle loro terre, rendendoli senzatetto e a rischio di morte per fame.

La denuncia viene formulata da un centro studi americano, Oakland Institute, che in una sintesi del rapporto sostiene che “le loro abitazioni sono state bruciate e le loro mandrie disperse su ordine del governo al fine di preservare l’ecosistema e attrarre più turisti”. Ai Masai scacciati “viene vietato l’accesso a vitali pascoli e specchi d’acqua”.

Questi allevatori transumanti “sono confrontati a intimidazioni, arresti e attacchi fisici a causa di due società di proprietà estera” che operano nella zona di Loliondo del distretto di Ngorongoro, area naturalistica nel nord del Paese a est del famoso parco del Serengeti. Si tratta della “Tanzania Conservation Ltd (Tlc), un’impresa di safari” gestita dai proprietari della “Thomson Safaris” di Boston e la “Ortello Business Corporation (OBC)” basata a Dubai, negli Emirati arabi uniti (Eau) “che gestisce escursioni di caccia per la famiglia reale” dell’emirato “e loro ospiti”, scrive il think tank californiano.

La Obc ha avuto una licenza di caccia esclusiva per 25 anni “durante la quale vi sono state diverse cacciate di Masai con molte abitazioni bruciate e migliaia di animali rari uccisi”, sostiene inoltre il centro studi di Oakland. Per fare spazio a queste due società “capi di comunità, insegnanti e organizzatori” di proteste “sono stati arrestati” anche solo per “aver parlato delle difficoltà cui vanno incontro”.

“Il governo tanzaniano ha continuato a spingere i Masai in sempre più piccoli appezzamenti di terreno, rendendo inoltre illegale il brucare degli armenti e la coltivazione di orti per aprire più terra ai turisti stranieri”.

Il processo è iniziato negli anni Cinquanta con una serie di legge in favore della “conservazione” della natura nel nord della Tanzania. “Il risultato è la diffusione di fame e malattie fra i Masai, specialmente fra i bambini”, sottolinea ancora l’Oakland Institute sostenendo che il suo rapporto è “il primo a rivelare la complicità fra responsabili del governo tanzaniano e società straniere”. “Questa non è conservazione, è la completa distruzione e devastazione delle vite dei custodi indigeni della terra”, ha sostenuto un’analista dell’istituto e co-autrice del rapporto, Elizabet Fraser, sempre come riporta la pagina internet del think tank.

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