Gaza: amici di al Qaeda, nemici di Hamas: viaggio tra i gruppi che hanno sequestrato Arrigoni

Pubblicato il 15 Aprile 2011 0:00 | Ultimo aggiornamento: 14 Aprile 2011 23:49

GAZA – Ispirati da Osama bin Laden ma non direttamente collegati ad Al Qaeda; estremisti sul piano religioso e politico e in concorrenza con Hamas, che giudicano troppo morbido nell’applicare la sharia, estraneo all’ideale del Califfato mondiale predicato da bin Laden e troppo prono al compromesso politico-militare.

La galassia salafita, una cui nuova sigla  giovedì 14 aprile ha rivendicato il rapimento del volontario italiano Vittorio Arrigoni e minaccia di ucciderlo, ripropone lo spettro di una realtà che negli ultimi anni ha dato concreti (e cruenti) segnali di espansione nei Territori.

Un anno fa un portavoce del movimento salafita Abu al-Hareth affermò che nella Striscia di Gaza Al Qaida ”può contare su 11 mila sostenitori”. Ma la consistenza delle fazioni che lo compongono non è facile da determinare. Gli analisti locali concordano sul fatto che si tratti di soggetti ancora largamente minoritari rispetto a Hamas, che dispone di almeno 25.000 uomini armati, controlla sostanzialmente il territorio della Striscia e sembra godere tuttora di un consenso popolare abbastanza diffuso.

Ma se alcune sigle appaiono gusci vuoti, altre raccolgono già decine se non centinaia di adepti votati alla morte, propria e altrui: inclusi miliziani ultrà fuoriusciti da Hamas perché delusi dai ”compromessi” imputati all’ala politica del movimento. Con alcuni di questi ‘deviazionisti’ Hamas è parso voler stabilire in passato un modus vivendi: per esempio con Jaysh al-Islam, legato al potente clan familiare dei Doghmush e coinvolto in operazioni congiunte come la cattura del militare israeliano Ghilad Shalit.

Con i gruppi più riottosi, invece, è scoppiato il conflitto aperto, come nel caso di Jaysh al-Umma, il cui capo, Abu Hafs, è stato arrestato, e sopratutto di Jund Ansar Allah (i Guerrieri di Allah): protagonista nel 2009 di una ribellione vera e propria, con decine di ‘mujaheddin’ armati nella moschea-bunker di Rafah, stroncata nel sangue da Hamas solo dopo una violenta battaglia campale di diverse ore.