Scozia 1690 cercava colonie, fallisce a Panama e perde l’indipendenza per debiti

di Gianluca Pace
Pubblicato il 15 settembre 2014 14:36 | Ultimo aggiornamento: 15 settembre 2014 14:45
"Braveheart", il film di Mel Gibson

“Braveheart”, il film di Mel Gibson

LONDRA – È la linea sottile tra realtà e mito. Willam Wallace, l’eroe dell’indipendenza scozzese reso celebre dal film di Mel Gibson “Braveheart”, in realtà scozzese non era ma normanno e non parlava neanche gaelico. Semplicemente Wallace difendeva le sue terre dalle prepotenze degli inglesi e dichiarò guerra all’Inghilterra per una donna, non per l’indipendenza della Scozia.

Perde fascino anche la lotta per l’indipendenza della Scozia se dietro al mito si scoprono le ragioni per cui gli scozzesi decisero di sottomettersi all’Inghilterra. In realtà infatti fu la Scozia nel 1707 a decidere di unirsi con l’Inghilterra firmando il Trattato d’Unione e per una ragione del tutto pragmatica, cinica e poco epica: i soldi.

Non per battaglie quindi ma per soldi la Scozia perse, anzi vendette la propria indipendenza.

Tutto iniziò alla fine del 1600: la Scozia, quella di sempre, quella composta da clan feudali e contadini poveri, come oggi era in piena crisi economica. Gli storici hanno ribattezzato questi anni come gli “Ill years”, gli anni malati. L’Europa, grazie al commercio con le colonie prosperava e la Scozia che di colonie non ne aveva, invece annegava nei debiti. Così il banchiere William Paterson, anche lui non scozzese ma nato a Londra, progettò “lo schema di Darién”, un’idea semplice, almeno sulla carta: fondare una colonia sull’istmo di Panama (dove il canale ancora non esisteva) nel golfo, appunto, di Darién.

Un avamposto ideale nei progetti di Paterson per commerciare con le Indie orientali. La Scozia così decise di avventurarsi nel progetto Paterson e per farlo impegnò una somma pari a un terzo della ricchezza dell’intera nazione. La spedizione, 5 navi e 1200 persone, partì nel 1690 e raggiunse il goldo di Dariém dove venne battezzata la Nuova Caledonia con tanto di forte, 50 cannoni e villaggio: New Edinburgh.

D’amichevole nella Nuova Caledonia però c’erano solo gli indigeni, il resto si rivelò invece del tutto ostile: i campi non davano raccolti, Londra vietò per vendetta di commerciare con la colonia scozzese e le malattie infestarono New Edinburgh. Dopo appena un anno la colonia fu abbandonata e i pochi, e indebitati, sopravvissuti si imbarcarono su una nave in direzione Scozia. Un altro sfortunato vascello invece, colpito da una tempesta, si rifugiò a Port Royal. Paterson pagò a caro prezzo il suo progetto visto che a New Edinburgh morirono anche sua moglie e sua figlia.

La Scozia, ormai annegata nei debiti, provò a inviare una seconda spedizione ma anche questa volta il progetto di commerciare con le Indie orientali fallì.

L’Inghilterra così capì che sarebbe più stato facile annettere la Scozia con qualche assegno (e qualche spia) che con i cannoni. E la Scozia accettò e molti parlamentari scozzesi furono comprati, letteralmente, per accettare l’accordo. Così la Scozia nel 1707 firmò l’Atto di unione che tra l’altro prevedeva la fusione delle due bandiere, quella scozzese e quella inglese. Il gaelico fu vietato, i clan smantellati.

E oggi, trecento anni dopo, in Scozia si torna a parlare d’indipendenza e ancora una volta i soldi saranno l’ago della bilancia del referendum del 18 settembre.