Silvia Romano, i rapitori volevano un riscatto lampo

di redazione Blitz
Pubblicato il 27 Novembre 2018 23:07 | Ultimo aggiornamento: 27 Novembre 2018 23:07
Silvia Romano

Silvia Romano (Ansa)

CHAKAMA (KENYA) – Paura e speranza si mescolano in Kenya per la sorte di Silvia Romano, la volontaria italiana sequestrata la scorsa settimana in un villaggio a ovest di Malindi.

La morsa è stretta attorno ai rapitori, asserragliati in una imponente foresta a nord dove si ritiene tengano in ostaggio la ragazza. Tutti oramai sposano la pista della criminalità, o di un gruppo ‘improvvisato’ pronto a consegnare la volontaria alle organizzazioni terroristiche che spargono sangue in tutta la regione. 

Noah Mwivanda, comandante della polizia costiera e capo delle operazioni di ricerca, fa filtrare ottimismo: “Attendiamo buone notizie nelle prossime 48-72 ore”, dice.

Il “commando” puntava a un sequestro lampo, rivelano i testimoni oculari di quella drammatica serata a Chakama, il villaggio dove Silvia è stata rapita. Il piano, “orchestrato da tempo”, prevedeva un’incursione armata nel villaggio, sperduto in un deserto verde immerso nel nulla. “Silvia piangeva disperata, urlava ‘aiutatemi’ mentre veniva trascinata via dagli uomini armati”, ha detto all’Ansa James, un ragazzo nigeriano la cui istruzione è sostenuta dalla onlus per cui lavora Silvia Romano, testimone oculare dei minuti drammatici del rapimento: “Erano almeno in 4, li abbiamo seguiti ma hanno iniziato a sparare per tenerci lontano. Noi avevamo solo i coltelli”.

James aveva salutato Silvia solo poche ore prima: “Era rimasta in casa, aveva messo un po’ di musica e aveva del lavoro da fare”. Il ragazzo la lascia all’imbrunire. Una bomba artigianale, probabilmente incendiaria, esplode sulla strada principale, l’unica del villaggio di case di fango. In due aprono il fuoco con gli Ak47 contro James e la vicina ‘guest house’, una sorta di ‘albergo’, dove si trovava molta gente. Un terzo entra nella casa dove si trovava Silvia per portare via l’italiana, con almeno un altro piazzato sul retro per bloccare la via d’uscita laterale.

“Se fossero stati Shabaab somali o estremisti islamici avrebbero potuto fare tranquillamente una strage, uccidendo chiunque si fossero trovati davanti”, spiega James. Gli Shabaab somali tuttavia si sono resi protagonisti di rapimenti di stranieri nella stessa regione, e non si può escludere che in qualche modo possano aver avuto un ruolo in questa drammatica vicenda.

I rapitori, inoltre, farebbero parte di una tribù keniana con ramificazioni in Somalia. Secondo i testimoni oculari, il gruppo dopo aver trascinato via a forza la ragazza “le ha intimato di pagare un riscatto immediato: le hanno detto di chiamare in Italia e di farsi dare i soldi. Ma il telefono era rimasto in casa, e lei non aveva neppure uno spicciolo”.

Quando hanno capito che non potevano avere i soldi subito “hanno pensato di liberarla, ma alcuni si sono rifiutati dicendo ‘che lo abbiamo fatto a fare allora?'”. Poi in maniera a dir poco rocambolesca il gruppo e riuscito a dileguarsi ricevendo l’aiuto di “qualcuno in moto”.

Ed è proprio sugli errori della ‘banda’ che puntano le forze keniane per liberare Silvia: secondo i media locali i rapitori sarebbero stati addirittura avvistati nei pressi della foresta nella zona di Kilifi. Sarebbero stati individuati i luoghi dove hanno cenato e trascorso la notte. La zona è presidiata dalle forze speciali che hanno messo in campo anche i droni. Le ore passano e in tanti, anche a Malindi e dintorni, restano con il fiato sospeso.