Sindhi, il santuario sufi simbolo degli “antenati africani” del Pakistan

di Redazione Blitz
Pubblicato il 6 aprile 2018 5:00 | Ultimo aggiornamento: 5 aprile 2018 19:08
Il santo sufi Mangho Pir

Il santo sufi Mangho Pir

ROMA – Per molti Sindhi, il santuario di Mangho Pir o Haji Syed Shaik, santo sufi vissuto come eremita in questa zona nel tredicesimo secolo, insieme a dei coccodrilli, rappresenta il simbolo più potente del loro comune passato africano, e lottano per scoprire le tracce che hanno portato gli antenati in Pakistan.

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Alcuni, come Mohammad Akbar, 75 anni, hanno rinunciato alla ricerca sulle origini della famiglia. I discendenti di africani per centinaia d’anni approdarono sulle rive del subcontinente indiano, i Sindhi acquisirono alte posizioni come generali e leader durante l’Impero Mughal, che governò ampie zone dell’Asia meridionale.
Discriminati durante il dominio britannico, le loro tradizioni cominciarono a svanire e si trovarono completamente emarginati quando, nel 1947, fu creato il Pakistan, assenti dai circoli politici e militari d’élite del paese.
Le cifre sono scarse ma generalmente si ritiene che il Pakistan detenga il più alto numero di Sindhi nel subcontinente, circa 50.000 persone al massimo.

Ma sulla loro storia è stato scritto poco, il che rende difficile se non impossibile per i Sindhi, inclusi anche quelli come Akbar che vive a Karachi e i cui antenati sono arrivati ​​in Pakistan relativamente di recente, risalire alle radici.
“Negli anni ’60 ho scoperto che mio nonno era iscritto a Zanzibar e abbiamo contattato l’ambasciata della Tanzania per ritrovare i parenti”, ha detto Akbar all’AFP.
“Ci è stato detto che finché non saremo in grado di identificare la nostra tribù, e non sappiamo quale sia, non potremo trovarli. Non ho fatto altri tentativi”.
La situazione di Akbar è comune: la poca documentazione esistente indica che molti arrivarono come parte del commercio di schiavi africani a est, un’informazione respinta da molti sindhi, la maggior parte dei quali ora risiede nella provincia meridionale del Sindh.
“Non approviamo le teorie secondo cui ci avrebbero condotto come schiavi in questa regione perché la nostra nazione non è mai stata schiava”, sostiene Yaqoob Qanbarani, presidente del Pakistan Sindh Ittehad, un gruppo comunitario.
Altri sostengono che le origini della comunità possano essere ricondotte all’Islam, rivendicando un lignaggio comune con Bilal, uno dei compagni più vicini al Profeta Maometto, scrive The Express Tribune.
Svanita la conoscenza delle loro origini, così come molte delle loro tradizioni, incluso lo Swahili, un tempo parlato in alcune parti di Karachi.

Con tante tradizioni cancellate, il Sindh Mela, o festival, nel santuario Mangho Pir ha assunto un grande significato, da secoli è l’epicentro della comunità.
“Attira la comunità Sindhi da tutto il Pakistan”, dice Qanbarani all’AFP. “Celebriamo Mangho Pir mela più di Eid Mubarak”, festa islamica dopo il digiuno.
La celebrazione prevede una processione danzante, il Dhamal, con uomini e donne in una sorta di stato di trance, una vista rara nel conservatore Pakistan.

“La danza del Dhamal è fatta con grande devozione e molta delicatezza”, dice Atta Mohammad, che ha parlato con AFP al festival. “Alcuni di noi sono posseduti dagli spiriti sacri”.
Durante il festival, Mehrun Nissa, 65 anni, prepara una bevanda sacra mentre traduce quello che lei dice essere un dialetto swahili. “Nagajio O Nagajio, Yo aa Yo, significa che stiamo per bere una bevenda una ciotola”.
Mangho Pir è anche il luogo dove oltre 100 grossi coccodrilli si aggirano tra i devoti, vicino a uno stagno verde paludoso dove hanno vissuto per generazioni. Secondo una leggenda, i pidocchi sulla testa del santo sufi si trasformarono nei coccodrilli che ora vivono nel santuario.

Il coccodrillo più anziano, More Sawab, che si ritiene abbia tra 70 e 100 anni, è onorato al culmine della celebrazione con ghirlande e polvere decorativa, viene nutrito con tranci di carne cruda.
Ma questo flebile collegamento con il passato della comunità rischia di essere eliminato.
Le celebrazioni tenute a marzo sono state le prime dopo nove anni: a seguito della crescita dell’estremismo i santuari sufi del Paese hanno subito attacchi con armi da fuoco e attentati suicida.
“La situazione era pericolosa, al Mela partecipavano anche donne e bambini”, ha detto Qanbarani, mentre un commando di polizia pesantemente armato affiancava la folla.
Grazie a notevoli miglioramenti della sicurezza, la comunità spera di continuare la mela, celebrando le tradizioni sopravvissute alla schiavitù, alla colonizzazione e alla modernizzazione.
“È convinzione della comunità Sindhi che onorando il coccodrillo, tutto l’anno trascorrerà in pace, tranquillità e prosperità”, spiega Mohammad.