Siria. Assad ammette che sue truppe hanno abbandonato alcune aree del Paese

Pubblicato il 27 luglio 2015 9:15 | Ultimo aggiornamento: 27 luglio 2015 9:15

 

Bashar al Assad

Bashar al Assad

LIBANO, BEIRUT – Al quinto anno di guerra civile in Siria, costata finora circa 230 mila morti e milioni di profughi, il presidente Bashar al Assad ha ammesso che le sue truppe sono state costrette ad abbandonare alcune aree del Paese.

Nel suo primo discorso pubblico dopo un anno, pronunciato alla televisione, Assad ha assicurato che la vittoria arriverà, ma lo sfibrante conflitto contro i ribelli, diventato ancora più sanguinoso con l’avanzata dello Stato islamico, ha messo in serie difficoltà le truppe regolari, che non hanno più le forze numeriche per difendere l’intero Paese.

Tanto più che i ribelli godono di sempre maggiore sostegno esterno, ha sottolineato il leader siriano, riferendosi all’Arabia Saudita, la Turchia e il Qatar, le potenze regionali sunnite che puntano a detronizzare la dinastia alawita (una setta sciita) al potere in Siria da oltre 40 anni, anche in chiave di contenimento dell’Iran. “A volte, in alcune circostanze, siamo stati costretti a ritirarci da alcune aree per difenderne altre, facendo una scelta sulle regioni più importanti dal punto di vista politico, economico e militare”, ha spiegato Assad, che attualmente controlla poco meno della metà del territorio siriano.

Nell’ultimo anno, l’esercito siriano ha subito pesanti sconfitte. Ha perso la capitale della provincia nord-occidentale di Idlib, al confine con la Turchia, le zone meridionali del Paese, mentre l’Isis ormai controlla un terzo del territorio nazionale. Assad si è detto sicuro che la capitale Damasco, Homs, Hama e la zona costiera non cadranno, ma sono a rischio altre grandi città come Aleppo e Deraa. Le perdite tra i militari sono state altrettanto ingenti: oltre 80 mila morti tra soldati regolari e miliziani filo-governativi dall’inizio del conflitto, a cui si aggiungono 70 mila renitenti alla leva, secondo l’Osservatorio siriano dei diritti umani, ong basata nel Regno Unito.

Assad ha mantenuto una vaga apertura al dialogo politico, ma ha avvertito che “la parola sconfitta non esiste nel dizionario dell’esercito siriano”, promettendo poi solennemente: “Resisteremo e vinceremo”. Nel frattempo, però, è stato costretto a concedere un’amnistia generale per i disertori, molti dei quali andati a combattere per i ribelli, e per i molti giovani in fuga per scampare alla leva. Assicurando anche di pagare meglio i soldati di prima linea.

Sul fronte iracheno della guerra all’Isis, le truppe di Baghdad hanno annunciato di aver riconquistato l’università di Ramadi, a cinque chilometri dalla capitale della provincia meridionale di Anbar. Questa vittoria costituisce la prima fase di un’offensiva lanciata dall’esercito iracheno, addestrato ed equipaggiato dagli Stati Uniti, per riprendere il controllo della città. Operazione considerata strategica perché, in caso di successo, consentirà di dedicarsi alla riconquista di Mosul, nel Nord, la seconda città del Paese caduta sotto il giogo dei jihadisti da ormai oltre un anno e che secondo i piani doveva essere invece riconquistata già la scorsa primavera.