Siriani nascosti nel serbatoio del carburante di un camion per 24 ore

di Maria Elena Perrero
Pubblicato il 2 Aprile 2015 11:24 | Ultimo aggiornamento: 2 Aprile 2015 11:30
Siriani nascosti nel serbatoio del carburante di un camion per 24 ore

Siriani nascosti nel serbatoio del carburante di un camion per 24 ore

ROMA – Dalla Grecia all’Italia per 24 ore nel serbatoio del carburante di un camion: per fuggire dalla Siria in guerra Said, Anas e Badi non si sono risparmiati questo viaggio. Il peggiore rispetto a tutti quelli proposti dai trafficanti di esseri umani: una volta arrivati in Grecia attraverso la Turchia, infatti, per andare in altri Paesi europei messi un po’ meno male si può prendere l’aereo, la barca, ma nessuno è sicuro come il serbatoio del carburante di un tir. Puoi arrivare morto, ma di sicuro arrivi.

Il racconto di quelle 24 ore di viaggio motivato davvero solo della speranza è stato fatto alla Bbc da uno dei tre siriani, Said. Laureato in economia, con una discreta conoscenza dell’inglese e di qualche parola di italiano. Una moglie e tre figlie. Ma prospettive nere in Siria, dove ormai da oltre quattro anni le forze dell’esercito di Bashar al Assad combattono i ribelli, a cui si sono uniti ora anche i terroristi dello Stato Islamico. 

Said, Badi e Anas hanno raggiunto la Grecia attraverso la Turchia, meta di passaggio di molti rifugiati ma anche di occidentali che vogliono unirsi all’Isis. Sono stati lì due mesi, in un appartamento di Atene. Ma la Grecia non offriva loro nulla, e la polizia era troppo pressante.

In uno dei tanti internet caffè dove immigrati di tutto il mondo chiamano via Skype le famiglie d’origine i tre siriani sono stati avvicinati da un trafficante di esseri umani. Cinquemila euro per raggiungere Milano. Arrivo garantito, ma viaggio nel serbatoio di un camion. Quello vuoto, certo, ma pur sempre un serbatoio. Said, Anas e Badi hanno accettato.

Hanno raggiunto un vecchio magazzino alla periferia d Salonicco: lì dentro era nascosto il camion. Sono entrati nel serbatoio: puzza di diesel tutto attorno a loro, un caldo che bruciava. Nessuna possibilità di andare in bagno per 24 ore. Niente cibo né acqua. Una lattina di Pepsi per fare pipì, nel caso non si riuscisse a resistere. Said, però, non è nemmeno stato in grado di farla lì dentro: troppa vergogna davanti ai suoi amici. Anche in una situazione estrema certi sentimenti restano.

Ad un certo punto il tir è salito su un traghetto. Il motore dell’auto è stato spento. E loro si sono ritrovati senza nemmeno poter parlare: era finito il rumore che copriva le loro voci. Hanno fatto la traversata in mare in silenzio, stando attenti anche a come respiravano. Said cercava di ingannare il tempo guardando le foto della moglie e delle figlie sul proprio cellulare. Poi la batteria si è scaricata e non ha avuto più nemmeno quella distrazione. Infine il motore è stato riacceso. Abituati al silenzio, i tre siriani hanno ripreso a parlare solo quando il camion andava veloce. E alla fine hanno sentito, oltre al suono del motore, delle voci in italiano: “Buongiorno! Grazie! Prego!”. Erano arrivati. 

Hanno picchiato sul tetto del serbatoio per richiamare il guidatore, per chiedergli di farli scendere, ovunque fossero. Lui non li sentiva, o forse non voleva fermarsi. Alla fine Anas, che aveva ancora la batteria del telefono carica, ha chiamato fino in Grecia per chiedere al trafficante che aveva organizzato il loro viaggio di chiamare il guidatore e di chiedergli di farli scendere. Così è stato.

Erano arrivati in Italia: dove, non lo sapevano. Vigne ovunque, campagne, colline. Hanno chiesto aiuto a degli abitanti della zona. “Gli italiani erano così gentili con noi”, ha raccontato Said,

“Ci hanno preso per mano, letteralmente, fisicamente, e ci hanno portati ad un ristorante, ma era chiuso. Così ci hanno portati in un bar. Non c’era nulla da mangiare, ma il cameriere ci ha portato dell’acqua e del caffè. L’acqua era frizzante. Io non l’avevo mai bevuta prima, e non sono riuscito a mandarla giù. Così abbiamo bevuto il caffè: un espresso nero, amaro. E scoppiamo a ridere. Eravamo sopravvissuti al serbatoio del carburante, ci dicemmo, ma quel caffè stava per ucciderci!”.