Somalia. Reportage di Kassim Mohammed, prigioniero dei pirati

Pubblicato il 9 Ottobre 2009 16:52 | Ultimo aggiornamento: 9 Ottobre 2009 16:52

Pirati del Puntland catturati dai militari

Pirati del Puntland catturati dai militari

Kassim Mohammed, giornalista freelance, è riuscito ad entrare in una dei luoghi più instabili del mondo, il Puntland, regione semiautonoma della Somalia, un paese che da più di 20 anni è lacerato da un’anarchia permanente. La legge da queste parti è quella delle bande militari che solcano il paese, dei signori della guerra che riescono, bene o male, a creare un’ombra di ordine. Il governo da queste parti non si sa cos’è, non esiste da due decenni.

Il Puntland, zona costiera che si affaccia sul Golfo di Aden, venuto alla ribalta delle cronache per gli spettacolari atti di pirateria che da qui partono, un’attività criminale che si credeva bandita dalla modernità. Invece, malgrado la buona volontà e i proclami bellicosi di governi e organizzazioni internazionali, la pirateria nel Puntland continua ad essere la principale risorsa economica, un’attività fiorente che non accenna a diminuire.

Kassim Mohammed è riuscito, a rischio della vita, a visitare Eyl, paesino della regione, base strategica dell’infame mercato dei pirati. Questo paese era un tempo, chissà quando, una località di pescatori. Ora tutto è cambiato, ovunque barche di legno abbandonate su spiagge coperte di rifiuti. Il famigerato “covo dei pirati”, una bella e imponente casa in mezzo ad una marea di sgangherate abitazioni. Dentro pare la hall di un hotel europeo: nel cortile belle macchine parcheggiate, dentro l’edificio comodi sofà punteggiano il grande ambiente.

Un uomo chiede a Kassim cosa possono fare per lui. Senza nascondere la sua professione, il giornalista si presenta. I pirati (sono tutti pirati nella stanza) non sembrano infastiditi, e cominciano a raccontargli la loro storia. «Abbiamo cominciato questo commercio perché certe nazioni stanno distruggendo la nostra vita gettando materiali tossici nel mare» dice un uomo chiamato Mohammed, sorseggiando un caffè. «Siamo anche contro la pesca illegale», aggiunge.

Alla destra, un uomo di settant’anni, la barba ispida che si abbarbica al suo volto, continua il discorso. È il leader dei pirati: «Stiamo solo aspettando la fine del periodo dei monsoni, e poi organizzeremo un colpo».

Poco dopo i pirati propongono a Kassim di visitare un gruppo di ostaggi asiatici custoditi in un’isola vicina. Il giornalista accetta di seguirli. Nel tragitto una violenta discussione sorge tra i pirati. Ora, una parte di questi si oppone all’idea che Kassim visiti un territorio segreto, avendo così la possibilità di divulgare informazioni più tardi. Due di loro puntano i kalashnikov sul giornalista, chiaramente sconvolto dall’inaspettato cambiamento di situazione. Arrivati a destinazione, Kassim è rinchiuso in una segreta, e lì è lasciato per otto ore. Ogni tanto qualcuno spunta ma solo per minacciarlo: «Morirai presto».

Alla fine, Kassim è liberato ma solo dopo una serie di colpi di kalashnikov in aria. «Devi dire alla comunità internazionale che devono rispettare quello che succede qui. Quello che vedi è solo una parte, questo business è più grande di quello che pensi. Noi eseguiamo le operazioni ma metà dei soldi finisce agli uomini d’affari».