Somaly Mam, eroina delle bimbe cambogiane o bugiarda? “Mi attaccano per i soldi”

di Redazione Blitz
Pubblicato il 1 ottobre 2014 5:57 | Ultimo aggiornamento: 30 settembre 2014 20:56
Somaly Mam, eroina delle bimbe cambogiane o bugiarda? "Mi attaccano per i soldi"

Somaly Mam (Foto Lapresse)

NEW YORK –  Un’eroina attivista o una bugiarda? Per anni Somaly Mam ha difeso le bambine cambogiane sfruttate sessualmente. Poi, alcuni mesi fa, è stata accusata da Newsweek di aver mentito sulla sua vita ed è stata costretta a dimettersi dalla fondazione da lei creata. Ora si difende. Lo fa in un’intervista concessa ad alcuni media internazionali, tra cui La Stampa.

“Il traffico degli esseri umani è un business da 30 miliardi di dollari all’anno. Forse questa è la ragione per cui mi attaccano”,

dice a Maurizio Molinari. Somaly ha deciso di rispondere alle accuse con questa intervista per riprendersi “la dignità e continuare ad aiutare le ragazze che hanno bisogno di me”.

Lei sa che cosa vuol dire fare quella vita. Da piccola un uomo che lei chiamava “nonno” l’aveva ridotta in schiavitù, e poi l’aveva venduta ad un mercante cinese. Somaly era finita a lavorare in un bordello a Phnom Penh, fino a quando aveva conosciuto Pierre Legors, giovane biologo francese, che l’aveva convinta ad abbandonare quella vita.

Insieme a lui creò Afesip, una organizzazione per aiutare le ragazze vittime del traffico, e poi la Somaly Mam Foundation. Nel maggio scorso, però, un articolo del Newsweek firmato da Simon Marks l’ha accusata di aver mentito sul proprio passato difficile. Alla fine Somaly era stata costretta a dimettersi dalla Fondazione. Poi un articolo di Marie Claire ha preso le sue difese, accusando Newsweek di gravi errori nel proprio pezzo. E adesso Somaly dice la sua.

“Io non ho mai mentito sulla mia vita, e Marks non ha mai parlato con le persone che la conoscono”.

Marks dice che è falsa anche la storia di Meas Ratha, un’altra ragazza simbolo della sua missione, e quella di sua figlia Nieng, che secondo lei era stata rapita da bambina, e secondo «Newsweek» era scappata con un fidanzato. Chi dice la verità?
“Mia figlia ormai è grande, può parlare per sé. Lo ha fatto con “Marie Claire”, smentendo la versione di Marks. Ma poi perché insistere su questi dettagli? Per boicottare il mio lavoro?».

Perché è rimasta in silenzio dopo l’articolo di «Newsweek»?
«Avevo cose più urgenti da fare. Aiuto 170 ragazze vittime di abusi in Cambogia, e 12 di loro vivono a casa mia».

Perché ha cambiato idea?
«I miei avversari sono arrivati ad aggredire queste ragazze, togliendo i computer con cui studiano. Ho difficoltà persino a dare loro da mangiare: non posso tollerare questa situazione».

Cosa spera di ottenere con la sua reazione?
«Riguadagnare la mia dignità, e la possibilità di aiutare queste ragazze».

Vuole tornare a guidare la Foundation che porta il suo nome?
«No, non potrò mai perdonarla per come mi ha trattato. Spero solo di recuperare le risorse per continuare il mio lavoro».

Il traffico e gli abusi delle ragazze stanno aumentando?
«È un business in continua crescita, ovunque».

Chi c’è dietro?
«Persone di ogni tipo: dal narcotrafficante, al rispettato uomo d’affari. Criminali e sfruttatori si nascondono ovunque, anche nelle vostre case, ma non li vedete».

Cosa bisogna fare per fermare il traffico?
«Devono mobilitarsi i governi, le organizzazioni internazionali, e bisogna cominciare a perseguire anche i clienti».