Usa, ex agente Cia arrestato. Fbi: “Ha venduto nomi degli informatori alla Cina”

di Redazione Blitz
Pubblicato il 18 gennaio 2018 6:30 | Ultimo aggiornamento: 17 gennaio 2018 21:30
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Usa, ex agente Cia arrestato. Fbi: “Ha venduto nomi degli informatori alla Cina”

WASHINGTON – Avrebbe venduto i nomi della rete di informatori degli Stati Uniti alla Cina. Per questo motivo un ex agente della Cia, Jerry Chun Lee, è stato arrestato dalla Fbi. Una dozzina delle persone il cui nome sarebbe finito in mano a Pechino dal 2010 è stato ucciso o imprigionato.

Lee, 53 anni, residente a Hong Kong, dove da anni lavorava in una nota casa d’aste. Era stato nell’esercito Usa dal 1982 al 1986, poi nel 1994 aveva raggiunto la Cia come agente operativo, pare anche in Cina, e aveva lasciato l’intelligence nel 2007. Quelli che lo conoscono dicono che se n’era andato scontento dopo che la sua carriera si era arenata, scrive il New York Times.

I primi sospetti su di lui risalgono al 2012, due anni dopo la perdita dei primi informatori in Cina. Inizialmente gli investigatori non esclusero che i servizi di Pechino fossero riusciti ad hackerare le comunicazioni coperte dell’agenzia con le proprie fonti di informazione all’estero. Ma poi l’Fbi cominciò a ipotizzare l’esistenza di una ‘talpa’ interna, non senza qualche attrito con la Cia, che temeva ulteriori danni di immagine.

Quando nel 2012 Lee tornò in Usa con la sua famiglia, gli investigatori del Bureau trovarono le prove perquisendo i suoi bagagli mentre soggiornava in hotel alle Hawaii e in Virginia: due piccole agende con note manoscritte contenenti informazioni classificate, tra cui dettagli di incontri tra informatori Cia e agenti sotto copertura, come pure i loro veri nomi e numeri di telefono.

Materiale, secondo l’accusa, che riflette le stesse informazioni contenute in cable classificati scritti da Lee quando lavorava per l’Agenzia. Il giallo però qui si infittisce. Non si capisce infatti perché l’Fbi non lo arrestò subito limitandosi ad interrogarlo cinque volte un anno dopo e perché Lee continuò prima e dopo quel viaggio ad incontrare ex colleghi della Cia ed altri dipendenti governativi. Tanto più che da allora la rete spionistica americana in Cina subì altre perdite, paragonabili complessivamente a quelle causate in Urss e poi in Russia dal tradimento di Aldrich Ames e Robert Hanssen, rispettivamente della Cia e dell’Fbi.

Non è chiaro neppure perché Lee abbia rischiato l’arresto tornando nei giorni scorsi in Usa, dove infatti è stato bloccato all’aeroporto Jfk di New York con l’accusa di aver conservato illegalmente informazioni sulla difesa nazionale.

Il timore degli 007 americani, comunque, è che si tratti dell’ultimo caso di un modus operandi di Pechino, che punterebbe su ex agenti segreti per reclutarli. Come sarebbe accaduto per Kevin Patric Mallory, l’ex agente della Cia arrestato in giugno per aver fornito informazioni classificate alla Cina. O per Candace Marie Claiborne, una ex dipendente del dipartimento di Stato accusata di aver mentito sui suoi contatti con dirigenti cinesi in cambio di bonifici e regali costosi. Intanto un gruppo bipartisan di senatori Usa sta facendo pressione sul dipartimento di Giustizia perché anche i media statali cinesi si registrino come ‘agenti stranieri’. Al pari di quelli russi.