Thailandia. Guerriglia a Bangkok, l’esercito spara contro le camicie rosse: 16 morti e 125 feriti

Pubblicato il 14 maggio 2010 17:38 | Ultimo aggiornamento: 15 maggio 2010 8:19

L’esercito avanza per le strade di Bangkok e spara contro il presidio delle camicie rosse. Sedici persone sono morte negli scontri tra i militari e  i 2.000 manifestanti che a detta dei vertici della difesa thailandese «al bazar di Suan Lum hanno cercato di intimidire le autorità con le armi, e i responsabili della sicurezza hanno chiesto siano dispersi».

I feriti sono almeno 125, tra cui un giornalista canadese di France 24 colpito a una gamba, ma i sostenitori dell’ex premier deposto, Thaksin Shinawatra, insistono per bocca di uno dei leader della protesta Natthawut Saikua: il premier Abhisit Vejjajiva sciolga immediatamente il parlamento, o «questa notte ci sarà una grande tragedia. Se non ordinerà il cessate il fuoco questa notte verosimilmente assisteremo ad una grande tragedia».

Colpiti negli scontri tre reporter: il più grave è Nelson Rand, corrispondente anglofono della rete televisiva France24 dalla capitale thailandese, raggiunto da tre proiettili. Una delle pallottole, ha riferito Cyril Payen, corrispondente francofono della televisione, lo ha colpito all’arteria femorale. Gli altri due al ventre e all’avambraccio, dove ha riportato fratture multiple. Rand, che ha perso molto sangue, è stato trasportato all’ospedale universitario di Bangkok, dove è stato sottoposto ad un intervento chirurgico durato diverse ore, per poi essere trasferito in rianimazione.

Mentre scoppiano le granate e i soldati del governo sparano tra la folla, i rossi dicono: «Non abbiamo paura, combatteremo finché non avremo democrazia». Per tutta la giornata hanno risposto al fuoco dei militari lanciando sassi e altri oggetti e nascondendosi dietro le barricate fatte di pneumatici e bastoni appuntiti. Gli uomini del governo invece hanno bloccato le strade con il filo spinato e aperto al dispiegamento dei blindati che presidiano le zone calde della capitale.

«Ora l’esercito delle camicie rosse sono io, gli altri soldati thailandesi sono tutti alle dipendenze dell’Ammat, l’elite», ha detto il leader della protesta thailandese, Khattiya Sawasdipol, giovedì poco prima di essere ferito alla testa da un cecchino.

Per lui «il governo è corrotto, i leader rossi sono corrotti, hanno preso soldi dal governo per scendere a compromessi». Khattiya diceva di essere stato «scelto dal cielo per salvare le vite dei compagni». «Se non fossi stato dalla parte dei rossi il 10 aprile – aggiunge – ci sarebbero stati migliaia di morti. Quella sera sono stati i miei uomini a tirare fuori i soldati dai carri armati e a usare gli idranti per non farli sparare». Quanto all’accusa di avere ucciso cinque soldati, Khattiya si difende: «non so chi li ha uccisi ma la colpa è sicuramente del primo ministro Abishit e del suo vice e anche di una parte dell’esercito».

«Tutti sanno che l’esercito è composto da gente che ha fatto carriera senza mai sparare un colpo ma giocando a golf, come ha fatto il comandante generale Anupong. Altri sono omosessuali». Il leader della protesta definisce «eccitante» la situazione e come prossimo capo immagina Arisman, un ex cantante pop che ha guidato l’assalto contro il vertice dell’Asean Pattaya pochi mesi fa, «arriverà lui, vedrete».

L’ex premier Thaksin Shinawatra in esilio ha fatto appello al governo perché fermi la repressione e ha chiesto di «revocare lo stato di emergenza», «aprire negoziati con i dimostranti per trovare una soluzione pacifica» e «tentare la riconciliazione con tutti i partiti coinvolti».

Gli scontri tra antigovernativi e forze dell’ordine sono riesplose dopo una settimana di tregua. Si tratta dell’ondata di violenze peggiori dal 1992, che hanno già provocato dalla metà di marzo complessivamente 37 morti e oltre mille feriti.