“The Interview”: come ha fatto la Corea del Nord a far ritirare il film?

di Redazione Blitz
Pubblicato il 22 Dicembre 2014 13:25 | Ultimo aggiornamento: 22 Dicembre 2014 13:36
The Interview, la locandina del film

The Interview, la locandina del film

NEW YORK – Quello che è stato definito come “un gigantesco cyber-attacco”  in pochi mesi ha costretto la Sony Pictures  a ritirare dalle sale il film The Interview, la storia di un complotto comico e immaginario per assassinare il dittatore della Corea del Nord, Kim Jong-Un. La Sony è stata costretta a ritirare il film perché dopo molti attacchi gli hacker hanno minacciato anche le catene di cinema che lo avrebbero proiettato. “Dovevano consultarmi, avrei parlato con le case di distribuzione” ha detto Obama poco dopo la decisione della Sony.

Secondo l’Fbi non c’è dubbio: dietro il cyber-attacco c’è la Corea del Nord.  Kim Jong-Un ha invece seccamente smentito un coinvolgimento della Corea del Nord e ha anche proposto una commissione congiunta con gli Stati Uniti “per cercare la verità”. Anche Wired in un articolo ha parlato di molti dubbi sull’effettivo coinvolgimento della Corea del Nord.

Ma qualche mese prima del cyber-attacco era stata la stessa Corea del Nord a minacciare “gravi conseguenze” se la Sony non avesse ritirato il film The Interview. Con un comunicato pubblicato venerdì 19 dicembre l’Fbi ha elencato una serie di ragioni per le quali ritiene la Corea del Nord responsabile dell’attacco. Tra queste la più importante riguarda alcuni indirizzi IP che sono stati localizzati fisicamente in Corea del Nord e che in passato erano già stati utilizzati per alcuni attacchi contro la Corea del Sud.

Il comunicato dell’FBI parla di “somiglianze a specifiche linee di codice, algoritmi di crittografia, metodi di cancellazione dei dati” sviluppati dalla Corea del Nord e di una “significativa sovrapposizione” nell’infrastruttura utilizzata nell’attacco Sony con altri attacchi sferrati dai nordcoreani. Gli stessi hacker responsabili dell’attacco alla Sony hanno diffuso un messaggio-video su YouTube per deridere l’Fbi: “Il risultato delle indagini è così eccellente che potreste aver visto cosa stavamo facendo con i vostri occhi. Ci congratuliamo. L’Fbi è la migliore al mondo. Siete degli idioti”, firmato i Guardiani della pace.

Un dato però è certo: malgrado la povertà e la scarsa diffusione di Internet la Corea del Nord è dotata di una squadra speciale dell’esercito specializzata nello spionaggio e in hacking. Lo spiega, in dettaglio, un rapporto Reuters. Lo Corea del Nord ha istituito una cellula di hacking segreta chiamata Bureau 121. “Gli hacker militari sono tra i più talentuosi, e meglio stipendiati in Corea del Nord, selezionati con cura e addestrati” sostiene la Reuters, citando un disertore. Gli agenti del Bureau 121 vengono scelti soprattutto tra i laureati in Automazione dell’Università di Pyongyang.

“Secondo un cittadino nordcoreano fuggito nel Sud – scrive Marta Serafini del Corriere della Sera – Pyongyang avrebbe a disposizione 3 mila hacker, di cui una parte operativi in Cina. Alcuni di questi sono però “freelance” o, meglio, dei mercenari che operano per conto del governo saltuariamente. Altri invece (e si presume che siano almeno 500) sono veri e propri hacker militari inquadrati nei ranghi dell’esercito.”