Torturò e uccise il figlio. Non uscirà più dal carcere, il complice condannato a morte…in Usa

di redazione Blitz
Pubblicato il 18 febbraio 2018 7:31 | Ultimo aggiornamento: 17 febbraio 2018 17:37
Torturò e uccise il figlio. Non uscirà più dal carcere, il complice condannato a morte...in Usa

Torturò e uccise il figlio. Non uscirà più dal carcere, il complice condannato a morte…in Usa

LOS ANGELES – Passerà il resto della vita in carcere, senza la possibilità di uscire mai, Pearl Sinthia Fernandez, che ha torturato per mesi e ucciso il figlio Gabriel, di 8 anni. Pearl Sinthia Fernandez ha oggi 34 anni. Il suo compagno e complice, Isauro Aguirre, è stato condannato a morte. La sentenza sarà eseguita l’8 marzo. I fatti risalgono al 2013. I due assassini hanno avuto processi separati.

Aguirre era stato già condannato in novembre. La madre del piccolo Gabriel inizialmente aveva negato ogni colpa. Infine ha confessato la sua parte di responsabilità, ha evitato il processo e la condanna morte. Secondo i suoi avvocati ha un quoziente di intelligenza troppo basso per essere giudicata. Però, al contrario di quanto sarebbe successo in Italia, dove sarebbe tornata libera dopo pochi anni, il giudice di Los Angeles che ha esaminato il caso ha anticipato che il 7 giugno, data della udienza finale, la donna sarà condannata al carcere a vita, senza possibilità di buona condotta o libertà condizionata.

Nel racconto che Matt Hamilton ha fatto sul Los Angeles Times, sono emersi particolari orribili e quasi irripetibili. Aguirre, il patrigno, era convinto che il bambino fosse invertito. Per questo il piccolo Gabriel era costretto a mangiare gli escrementi del gatto e il proprio vomito. Lo facevano dormire in un piccolo armadio, le caviglie bloccate con un paio di manette, le mani legate, in bocca un calzino, perché non facesse sentire la sua voce.

Quando i paramedici arrivarono a casa del piccolo, a Palmdale il 22 maggio 2013, Gabriel era svenuto e aveva il cranio sfondato, costole fratturate, pelle ammaccata e ustionata, denti mancanti e pallini di una pistola ad aria compressa nel basso ventre. E’ morto due giorni dopo aver staccato il respiratore che lo teneva in vita. Una volta chiese alla maestra se fosse giusto che una madre picchiasse il figlio con una cinghia. Eppure, conclude Hamilton, forse ha ragione Emily Carranza, cugina di Gabriel e implacabile accusatrice della madre assassina. Quando i cronisti le hanno domandato come, secondo lei, Gabriel guarderebbe a sua madre se fosse vivo, la donna ha risposto: “L’amerebbe ancora. Qualsiasi bambino, non importa cosa subisca, amerà sempre i suoi genitori”.

All’udienza in cui ha ammesso la sua colpevolezza, Pearl Sinthia Fernandez è apparsa incatenata alla vita e vestita da detenuta, mentre accettava le condizioni del patteggiamento parlava con voce flebile e sommessa. “Non avrai mai la libertà vigilata. Non uscirai mai più di prigione”, le ha detto il vice procuratore Jon Hatami e aggiunto: “Hai capito e lo accetti?. “Sì”, harisposto la Fernandez mentre il suo avvocato, il difensore d’ufficio Julia Dixon, la confortava. “E’ un sollievo”, ha sostenuto la cugina di Gabriel, Emily Carranza, dopo il breve procedimento giudiziario. “So che non uscirà mai e so che non farà mai più del male a un altro bambino”.

I pm hanno affermato che il 14 dicembre, gli avvocati difensori della Fernandez hanno chiesto informazioni sulla dichiarazione di colpevolezza, il giorno successivo in cui i giurati avevano chiesto che Isauro Aguirre, il compagno e complice, venisse giustiziato. Dopo due mesi di dibattito, i pubblici ministeri hanno concordato. “I percorsi della giustizia sono sempre diversi”, ha detto in seguito Hatami, osservando che la maggior parte dei casi non va a processo. Senza un processo, Carranza ha detto che lei e la famiglia hanno evitato di dover rivedere i brutali abusi subiti da Gabriel, comprese le immagini e le notizie delle ferite riportate dal bambino.

La morte del ragazzino ha portato ad accuse penali senza precedenti nei confronti degli assistenti sociali della contea di Los Angeles, che permisero a Gabriel di rimanere a casa nonostante le sei indagini sulla madre e numerosi report sulle ferite riportate dal piccolo. I vice sceriffo, nei mesi precedenti alla morte di Gabriel, si sono recati più volte nell’abitazione e i pm, negli atti del tribunale, hanno dichiarato che alcuni sono stati successivamente puniti in relazione al loro intervento. Tra le persone che avevano denunciato l’abuso di Gabriel, c’era Jennifer Garcia, maestra elementare alla Summerwind Elementary School: aveva sostenuto che il bambino era arrivato a scuola con dei lividi e gli occhi gonfi. Si è allarmata quando Gabriel ha chiesto di fare “una semplice domanda”. “E’ normale che tua madre ti colpisca con una cinghia?” e a cinque anni anni di distanza, ha detto la Garcia, la vista della Fernandez nell’aula del tribunale ancora la rendeva furiosa.
“Ha avuto ciò che meritava, anche se meritava di peggio”, il commento della maestra.

Durante il processo ad Aguirre, il pubblico ministero Hatami ha detto ai giurati che nei mesi precedenti alla morte del bambino, l’imputato si divertiva a brutalizzarlo, costringeva Gabriel a mangiare le feci di gatto e il suo stesso vomito. Dormiva in un piccolo armadio, le caviglie bloccate con un paio di manette e la bocca imbavagliata con un calzino. “Nessun essere umano con cuore e anima potrebbe fare questo a un ragazzino innocente”, ha detto Hatami ai giurati, sostenendo che Aguirre odiava il ragazzo perché sospettava fosse gay.

La difesa di Aguirre aveva dipinto la madre di Gabriel come il cervello dei maltrattamenti ma i pm hanno contestato l’argomentazione. “Si sono accusati a vicenda”, ha detto Hatami. “Le prove hanno dimostrato, e abbiamo ritenuto che siano entrambi colpevoli”. Le ripercussioni dell’omicidio di Gabriel sono andate ben oltre la contea. La decisione dei pm di accusare i quattro assistenti sociali di abuso sul minore e aver falsificato i documenti pubblici ha scatenato un brivido di freddo tra i ranghi degli addetti alla tutela dei minori a livello nazionale. In tribunale, nel corso dell’udienza per gli assistenti sociali, un giudice ha affermato che le loro azioni erano di una negligenza criminale, aggiungendo che nei mesi precedenti alla morte del ragazzo “i campanelli d’allarme erano ovunque”. Si sono dichiarati non colpevoli.

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