Trapianto di polmoni da donatrice con il Covid negativa ai test: donna muore due mesi dopo l’intervento

di Redazione Blitz
Pubblicato il 23 Febbraio 2021 14:24 | Ultimo aggiornamento: 23 Febbraio 2021 14:24
Trapianto di polmoni, ma la donatrice aveva il Covid: donna muore due mesi dopo l'intervento

Trapianto di polmoni, ma la donatrice aveva il Covid: donna muore due mesi dopo l’intervento (Foto archivio Ansa)

Riceve il trapianto di polmoni che avrebbe dovuto salvarle la vita, ma due mesi dopo quell’intervento muore di Covid, perché quei polmoni erano infetti: la donatrice, infatti, aveva il coronavirus. E’ accaduto nel Michigan, Stati Uniti. 

Polmoni trapiantati infetti: ecco come la donna è morta di Covid

La paziente aveva ricevuto il trapianto di polmoni da una donna morta in un incidente stradale, senza sintomi di Covid. Non solo: la donatrice era stata anche sottoposta ai test del caso per verificare l’eventuale presenza di una infezione asintomatica. E gli esiti dei test erano stati negativi. 

La paziente che ha ricevuto quei polmoni, però, sarebbe stata contagiata proprio da quegli organi che avrebbero dovuto salvarle la vita. 

Secondo i ricercatori della University of Michigan Medical School questo potrebbe essere il primo caso provato di Covid-19 negli Stati Uniti in cui il coronavirus sarebbe stato trasmesso tramite un trapianto di organi.

Gli studiosi, in un report pubblicato sull’American Journal of Transplantation, raccontano anche di come un chirurgo toracico che ha partecipato all’operazione si sia poi ammalato di Covid-19.

Organi trapiantati infetti dal Covid: il rischio in Italia

In Italia, però, la situazione sarebbe differente. “A differenza di quello americano, nel nostro protocollo di sicurezza infettivologica fin dal marzo 2020 su tutti i donatori di organi è obbligatorio il Bal, ovvero il lavaggio broncoalveolare, una procedura che permette la raccolta di campioni delle basse vie aeree”, spiega Massimo Cardillo, direttore del Centro nazionale trapianti.

“Il lavaggio broncoalveolare è un test molto più sensibile e attendibile del tampone nasofaringeo: in pratica, se quella donazione fosse avvenuta in Italia, quasi certamente avremmo rilevato l’infezione e quindi il trapianto non sarebbe mai stato effettuato. È proprio per ridurre al minimo i rischi di contagio che la Rete nazionale trapianti ha attivato fin dall’inizio della pandemia una serie di procedure estremamente rigorose, a tutela di riceventi e operatori sanitari”.