Tunisi, marcia coi leader contro il terrore. Renzi: “Non gliela daremo vinta”

di redazione Blitz
Pubblicato il 29 Marzo 2015 15:38 | Ultimo aggiornamento: 29 Marzo 2015 23:35

TUNISI – “La Tunisia non è sola. Siamo qui per dire che non la daremo vinta al terrore e continueremo a combattere per gli ideali di pace, libertà e fraternità ovunque”. Queste le parole del premier Matteo Renzi a Tunisi per partecipare alla marcia contro il terrorismo.

In piazza sono scesi molti leader provenienti da tutto il mondo tra i quali Renzi e il presidente francese Francois Hollande che insieme hanno scoperto la stele in memoria delle vittime della strage dello scorso 18 marzo. Ventuno nomi, incisi nero su bianco, sulla colonna votiva. Il nome dell’ultima vittima, la turista francese Huguette Dupeu, morta sabato in seguito alle ferite riportate nell’attentato, è stato invece incollato.

L’attentato al museo del Bardo è “una ferita terribile, che squarcia la storia anche di alcune famiglie italiane”, ha detto Renzi dopo aver deposto una corona di fiori ai piedi della stele. L’Italia, ha ribadito, è insieme alla Tunisia “nella battaglia difficile per la democrazia”.

Migliaia le persone scese in strada. Molti striscioni e slogan invitano a portare avanti la “stessa lotta a Copenaghen Parigi e Tunisi” e dicono “basta odio e morte”. A poche ore dall’inizio è arrivata la notizia che aspettavano in tanti: in un blitz è stato ucciso Khaled Chaib, leader della cellula legata all’attentato al museo del Bardo.

Nella capitale la sicurezza è stata assicurata da un’imponente presenza di agenti, militari, Guardia Nazionale sui blindati e qualche carro armato. Al Parlamento, che sorge nello stesso complesso del museo, prima tappa dei leader, l’area era sorvolata da un elicottero, e ovunque sui tetti spuntavano le canne dei fucili dei cecchini.

Hanno sfilato Renzi, poi il ministro dell’Interno tedesco Thomas de Maizere, il leader palestinese Abu Mazen, il presidente francese Francois Hollande, il polacco Bronislaw Komorowski, il premier algerino Sellal, i ministri spagnoli, egiziani, e di altri “Paesi amici”, come amano definirli a Tunisi. Vengono tutti accolti dal presidente tunisino Essebsi. Poi si uniscono al corteo, che nel frattempo preme davanti al museo. Si levano alti i cartelli: non “Je suis Bardo”, ma “sono Orazio”, “sono Giuseppina”, “I am Sally”, i nomi delle vittime della strage nelle lingue dei Paesi d’origine, compresi il russo e il polacco.

Davanti al museo scoppia la ressa: centinaia di giornalisti, decine di delegazioni straniere, le forze di sicurezza premono per fare largo, è un finimondo. Le autorità cercano di quantificare la partecipazione, che a vista d’occhio è apparsa oceanica. Secondo alcune fonti i manifestanti sono stati oltre 80.000. Secondo altre molti di più. In piazza sventolava un sola bandiera, quella tunisina, così come deciso dai principali partiti del Paese, compreso l’islamico Ennahda all’opposizione.

Il primo capitolo di questa storia si chiude con un trionfo democratico. Da domani Tunisi dovrà fare di nuovo i conti con l’instabilità in Libia, le pressioni jihadiste lungo il confine occidentale con l’Algeria e quello meridionale. E con l’Isis che dopo le sconfitte in Siria e Iraq – che pure non sembrano aver indebolito come ipotizzato i seguaci del califfo al Baghdadi – ha invitato i suoi combattenti a spargere sangue nel Maghreb e in tutta l’Africa occidentale.

(Foto ANSA)