Usa: banchieri, manager, top-executives, tutti in fila per un lavoro

Pubblicato il 6 Marzo 2009 16:35 | Ultimo aggiornamento: 6 Marzo 2009 16:35

Lo tsunami  finanziario che ha sconvolto l’America assume aspetti da crisi del 1929 anche a New York, che da metropoli di eccessi e ricconi si è trasformata in un luogo dove ex-banchieri, ex-top-executives ed ex-manager di varia estrazione si mettono infila per cercare un lavoro, qualsiasi lavoro. Gente che guadagnava 200, 300, 400 mila dollari l’anno o anche di piu, ora si trova di fronte alla necessità di mettere insieme il pranzo con la cena.

Tirati fuori dall’armadio giacche e tailleur per far bella figura al primo colpo d’occhio, formano lunghe file tra i grattacieli di Manhattan o gli edifici di Brooklyn o del Queens, pazienti e, almeno all’aspetto, tranquilli.

È l’ottimismo innato degli americani, sempre pronti a ricominciare quando le cose si mettono male. E sempre convinti che il sogno americano è qui per restare. Anche se la disoccupazione è schizzata ad oltre l’8 per cento.

È particolarmente impressionante vedere l’enorme salone del lussuoso Hotel Marriot, non lontano dall’Empire State Buiding e dal Rockefeller Centre, affollato di migliaia di disoccupati, dall’ex-pubblicitario di Madison Avenue all’ebreo ortodosso che cerca lavoro  nell’ospedale cattolico, che affidano i loro destini destini alla grande agenzia di collocamento Monster (monster.com)

Ogni ora gli esperti di Monster tengono un briefing al centro del salone, spiegando a tutti il galateo dell’aspirante lavoratore e i trucchi per redigere un curriculum che faccia colpo sui reclutatori. Le adunate di New York si replicano in altre cento città americane: in un Paese che nel 2008 ha perso oltre due milioni e mezzo di posti di lavoro e che quest’anno registrerà probabilmente un’ emorragia ancor più grave, quello delle “job fair” è uno dei pochi business in espansione.

Un luogo, a suo modo, pieno di vitalità: tra il banco della Schindler che cerca elettricisti per i suoi ascensori e quello dell’ospedale di Brooklyn che ha bisogno di assistenti sociali, non si vedono facce meste. Sorride anche Rupert Day, un chimico di 52. «Ho lavorato per vent’anni coi tedeschi della Henkel, facendo la spola tra la Pennsylvania e Dusseldorf. Poi sono passato a un’azienda della cosmetica: sono specializzato nella formulazione di prodotti per questo settore. Da ottobre sono senza lavoro, ma qualcosa troverò. Certo, non è facile, qui c’è una sola azienda che opera nel mio ramo».

Tra i banchi di società di consulenza finanziaria come Charles Schawb spunta, tra molti giovani, la testa candida di Thomas Zakrzenski, figlio di polacchi di Cracovia immigrati negli Usa all’inizio del Novecento. «Sono stato per 28 anni a Bankers Trust. E altri 10 anni, bellissimi, a Bank of New York. Ero vicepresidente di una delle società del gruppo. Ma a novembre c’è stato il terremoto».

Quanti anni ha? “Sessantasei”. E che ci fa qui? «Cerco un lavoro, come gli tutti. Certo, a differenza di altri non sono spinto dal bisogno. Potrei starmene in pensione. Abito in New Jersey, in una bella zona residenziale vicino ad Atlantic City. Ma non so stare fermo. I vicini ne approfittano chiedendomi aiuto per i problemi di manutenzione degli edifici, mia moglie mi ha messo a fare le pulizie: un inferno. Meglio rimettersi sul mercato».

Per tutti, tutti coloro che si rimettono sul mercato sembra che il sogno americano sia duro, molto duro a morire.

Nondimeno,  molti hanno paura. Cinquantamila persone si sono date convegno a lower Manhattan ed hanno marciato su City Hall, il municipio, per chiedere al sindaco ed al governatore di por fine ai tagli nei bilanci cittadini e statali. ”Basta tagli!”, gridavano.

Per far fronte alla crisi, il governatore David Paterson ha proposto tagli di 15 miliardi nel bilancio statale, inclusi 2,5 miliardi nel sottore scolastico, 3,2 miliardi nell’assistenza sanitaria e 6 miliardi nell’assistenza agli anziani, nei servizi per gli inabili e nella housing assistance.

LG