Morte Vittorio Arrigoni: due ergastoli. La famiglia si oppone alla pena di morte

Pubblicato il 17 settembre 2012 11:54 | Ultimo aggiornamento: 17 settembre 2012 13:22

Vittorio Arrigoni

GAZA – Se i due imputati per la morte di Vittorio Arrigoni sono stati condannati all’ergastolo, e non alla pena di morte, lo devono soprattutto alla famiglia dell’attivista ucciso a Gaza. Lunedì sono stati condannati all’ergastolo due degli imputati, entrambi militanti salafiti, accusati d’aver ucciso nell’aprile 2011 l’attivista italiano nella Striscia di Gaza, l’enclave palestinese controllata dagli islamici di Hamas. Il processo si è svolto dinanzi a un tribunale militare controllato da Hamas.

I giudici hanno inflitto il carcere a vita – al termine di un processo segnato da scarsa trasparenza secondo gruppi di tutela dei diritti umani – a due dei presunti esecutori materiali (altri due erano stati uccisi all’epoca dei fatti, durante un tentativo di cattura): Mahmud al-Salfiti e Tamer al-Hassasna, poco più che ventenni. A 10 anni è stato condannato Khader Jiram, vicino di casa di Arrigoni, accusato di aver fornito informazioni decisive ai killer, e un anno Amer Abu Hula, che aveva messo a disposizione casa sua al commando. Arrigoni era stato rapito la sera del 14 aprile 2011 e mostrato ferito in un filmato in cui lo si additava come nemico dei costumi islamici e si chiedeva a Hamas la liberazione di un capo salafita iper-integralista arrestato nella Striscia nei mesi precedenti. Prima della scadenza dell’ultimatum, l’attivista italiano – trasferitosi da tempo a Gaza dopo aver partecipato a numerose iniziative in favore della causa palestinese – era stato tuttavia assassinato e il giorno dopo la polizia di Hamas ne aveva trovato il corpo senza vita nell’appartamento in cui era stato portato. Secondo un perizia, sarebbe stato strangolato con filo di ferro.

Le fonti osservano che in effetti – codice di Hamas alla mano – la Corte militare di Gaza avrebbe potuto comminare la pena di morte ai due imputati principali, ma si sarebbe astenuta dal farlo tenendo conto dell’opposizione che la famiglia della vittima aveva espresso fin dall’inizio del processo in omaggio alle convinzioni dello stesso Vittorio (Vic per i compagni). Secondo la tradizione islamica, i congiunti possono avere voce in capitolo sulla sorte degli assassini d’un parente. Positivi – dopo le critiche rivolte alla procedura e all’iter delle indagini – appaiono intanto i primi commenti sulla sentenza delle organizzazioni locali per i diritti civili, che hanno seguito da vicino le varie udienze per mesi.

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