Zebulon Simentov, l’ultimo ebreo in Afghanistan: “Se tornano i talebani vado a vivere in Israele”

di Caterina Galloni
Pubblicato il 2 Maggio 2021 13:02 | Ultimo aggiornamento: 2 Maggio 2021 16:54
Zebulon Simentov, l'ultimo ebreo in Afghanistan: "Se tornano i talebani vado a vivere in Israele"

Zebulon Simentov, l’ultimo ebreo in Afghanistan: “Se tornano i talebani vado a vivere in Israele” (Foto repertorio Ansa)

Zebulon Simentov per circa 50 anni ha rifiutato di andare via dall’Afghanistan, è sopravvissuto all’invasione sovietica, a una guerra civile, al governo dei talebani e a 20 anni di occupazione a guida americana.

Ma per Simentov, l’ultimo ebreo che vive in Afghanistan, con la prospettiva di un ritorno dei talebani quando ci sarà il ritiro delle truppe Usa è arrivato il momento dell’addio al paese.

“Perché dovrei restare? Mi definiscono infedele”, ha detto Simentov nell’unica sinagoga di Kabul, ospitata in un vecchio edificio nel centro della capitale afghana. “Sono l’unico ebreo in Afghanistan. Per me la situazione potrebbe peggiorare. Se i talebani torneranno andrò a vivere in Israele”.  

Biden, ritiro truppe Afghanistan l’11 settembre

Dopo l’annuncio del presidente Joe Biden di ritirare tutte le truppe presenti nel paese entro settembre, i talebani stanno guadagnando terreno e i colloqui di pace tra gli islamici e il governo di Kabul si sono interrotti.

Alcuni recenti video mostrano dei talebani che flagellano una donna per aver parlato con un uomo al telefono, e tutto alla presenza di decine di abitanti del villaggio.  

Il video ha sottolineato l’impotenza del governo afghano in gran parte del paese, dove la gente del posto per avere giustizia si rivolge agli anziani delle comunità tribali.

Biden ha annunciato il piano per ritirare le restanti 2.500 truppe statunitensi l’11 settembre, nel 20° anniversario degli attacchi alle Torri Gemelle.

L’accordo di Doha 2020

E’ sembrata essere una decisione unilaterale che ignora le date fissate dai talebani e dal governo afghano nell’accordo di Doha nel febbraio del 2020.  

Era stato definito un “accordo per stabilire la pace” e affermava che gli alleati degli Stati Uniti e della Nato avrebbero dovuto ritirarsi dall’Afghanistan entro 14 mesi, ossia entro il 1° maggio 2021.

La nuova data stabilita da Biden ha fatto infuriare i talebani che ora cercano di prendere le distanze dalla spinta per la pace guidata dagli Stati Uniti. Hanno affermato che i delegati non si recheranno più in Turchia per una conferenza di pace destinata a far ripartire i negoziati.  

La notizia ha sollevato il timore che i talebani diano il via a un’offensiva primaverile, un aumento degli attacchi che di solito avviene con il clima più caldo.  

Simentov, l’ebreo sopravvissuto a sovietici e talebani

Simentov è nato negli anni ’50, nella città di Herat, non lontano da dove è stato girato il video della donna frustata. Si è trasferito a Kabul durante l’invasione sovietica nei primi anni ’80 per la relativa stabilità presente della capitale.

Gli ebrei hanno vissuto in Afghanistan per più di 2.500 anni, decine di migliaia un tempo risiedevano a Herat, dove si trovano ancora quattro sinagoghe, testimonianza dell’antica presenza della comunità. Tuttavia dal XIX° secolo hanno lasciato progressivamente il paese e molti ora vivono in Israele.

Nel corso degli anni, se ne sono andati tutti i parenti di Simentov, comprese sua moglie e due figlie. Ora è certo di essere l’ultimo ebreo afghano presente nel paese.

Vestito con una tunica e pantaloni tradizionali afghani, una kippah ebraica nera e tefillin sulla fronte, Simentov ricorda con nostalgia gli anni prima della guerra sovietica, il periodo migliore per l’Afghanistan.

“All’epoca i fedeli di ogni religione e seguaci di una setta avevano piena libertà”, ha detto Simentov, che si dice orgoglioso di essere afghano. Ma da allora gli eventi lo hanno amareggiato, in particolare il governo talebano dal 1996 al 2001, quando gli islamici cercarono di convertirlo.

“Questo vergognoso regime talebano mi ha messo in prigione quattro volte”, ha raccontato. In un brutto episodio hanno saccheggiato il tempio – una grande stanza dipinta di bianco con un altare a un’estremità – hanno strappato libri in ebraico, hanno rotto la Menorah e portato via l’antica Torah, ha ricordato ancora pieno di rabbia. Ma è rimasto, ha resistito e bacia il pavimento della sinagoga dove continua a celebrare le feste del capodanno ebraico Rosh Hashanah e Yom Kippur a volte anche accompagnato da amici musulmani.

Simentov, che vive di aiuti degli amici, cucina i pasti su un piccolo  fornello a gas posto su un tappeto rosso nella stanza; su un tavolo ci sono alcuni libri e vecchie fotografie delle figlie.

Racconta che quando i talebani furono estromessi nel 2001, pensava che l’Afghanistan si sarebbe ripreso. “Credevo che gli europei e gli americani avrebbero sistemato il paese ma non è successo”.

Simentov, i vicini dispiaciuti

I vicini di Simentov dicono che a loro dispiacerà vederlo partire. “È un brav’uomo”, ha commentato Shakir Azizi, proprietario di un negozio di alimentari di fronte alla sinagoga. “È mio cliente da 20 anni. Se se ne va, ci mancherà”.

Ma Simentov teme cosa potrebbe accadere rimanendo. “I talebani sono gli stessi di 21 anni fa. Ho perso la fiducia. Qui non c’è più vita”.