La pasta italiana senza gli ogm

Pubblicato il 21 Marzo 2012 1:47 | Ultimo aggiornamento: 20 Marzo 2012 22:49

MILANO – Pasta asciutta. Potrebbe essere così riassunto il significato dell’iniziativa di Coldiretti: la realizzazione di un progetto per garantire la qualità di quasi il 10 per cento della produzione nazionale di grano duro e per assicurare soprattutto l’assenza di organismi geneticamente modificati (ogm) nel mais usato per i mangimi. Una proposta che è stata approvata recentemente nell’ambito del piano nazionale cerealicolo su iniziativa dell’Associazione Temporanea di Scopo costituita da FITS (Filiera Italiana Trading Seminativi), che raggruppa Consorzi Agrari, cooperative varie e 11 in particolare associate a Coldiretti, con un contributo pari a 1,1 milioni di euro su un costo totale del progetto pari a 2,9 milioni.

 Sull’importanza dell’alimento principe della nostra dieta, ormai non vi sono più dubbi. Tanto che meno di due anni fa perfino l’Unesco ha inserito la pasta nella prestigiosa Lista delle tradizioni considerate Patrimonio Mondiale Immateriale dell’Umanità. In particolare, sono stati riconosciuti nella lista tutti i prodotti tipici della dieta mediterranea: il motivo è la salubrità della nostra alimentazione e quindi degli elementi che la compongono. Eppure già da tempo la filiera agroalimentare nazionale si interrogava sull’elevata percentuale di grano straniero utilizzata per la produzione nazionale di pasta all’insaputa del consumatori: la Coldiretti stima che provenga dall’estero oltre il 40 per cento del grano utilizzato. In altre parole, quasi un pacco di pasta “italiana” su due è fatto con grano non autoctono. Anche a questo fine – soprattutto considerando che molti prodotti agroalimentari provenienti dall’estero sono prodotti con ogm – il progetto in questione ha cercato un’ampia partecipazione, al punto che adesso coinvolge 14 regioni e 77 centri di stoccaggio uniformemente distribuiti in tutto il territorio nazionale, e interessa una produzione di 1,7 milioni di tonnellate, delle quali 0,7 milioni di mais, 0,5 milioni di frumento duro, 0,4 milioni di frumento tenero, oltre a 68mila tonnellate di orzo. L’obiettivo è quello di migliorare l’organizzazione e l’interrelazione tra queste strutture e creare un sistema di qualità che possa facilitare la gestione e la vendita di quantitativi significativi e sempre maggiori di prodotto (frumento tenero, frumento duro, orzo, mais).

 La pasta è infatti un bene strategico per il nostro sistema agroalimentare: l’Italia è leader mondiale nel consumo e soprattutto nella produzione che con 3,2 milioni di tonnellate è superiore a quella degli Stati Uniti (2 milioni di tonnellate), del Brasile (1,3 milione di tonnellate) e della Russia (858mila tonnellate). E nel 2011, l’export di questo prodotto italiano è aumentato del 10 per cento negli Usa e del 4 per cento a livello globale. Ormai infatti, la pasta italiana è entrata nelle abitudini alimentari in tutti i continenti con 1,8 miliardi di valore dell’export all’anno anche se i consumatori più appassionati sono i tedeschi, seguiti nell’ordine dai francesi, dagli inglesi, dagli statunitensi e dai giapponesi.