Un Paese anormale

di Carlo Luna
Pubblicato il 20 Gennaio 2011 17:11 | Ultimo aggiornamento: 20 Gennaio 2011 17:11


Se n’è accorto per primo – come spesso gli capita – Giuseppe De Rita, scrivendo tempo fa che i processi in Italia non seguono più l’iter tradizionale, ma si sono trasferiti, armi e bagagli, sui giornali. Nessuno lo ammette ma, senza che ce ne accorgessimo, deve essere cambiato il Codice di Procedura Penale. Il processo mediatico segue una strada tutta sua, ormai ben collaudata. Inizia con qualche indiscrezione fatta abilmente filtrare dagli inquirenti, magari su Dagospia, si sostanzia con l’avviso di garanzia e si sublima con la violazione del segreto istruttorio, per non parlare della legge sulla privacy che viene stravolta.

Le parti in causa sono subito assegnate. Nel caso attuale c’è un Ufficio del Pubblico Ministero presieduto dal direttore di Repubblica, Ezio Mauro, e composto da altri autorevolissimi direttori e anchor man televisivi. Il Collegio di difesa è invece affidato a Maurizio Belpietro (Libero) e Alessandro Sallusti (Il Giornale), in attesa che Vittorio Feltri sconti la squalifica e ritorni in campo. Sono loro che si sobbarcano il non facile onere di prendere le parti dell’imputato.

Caratteristiche fondamentali e inimitabili del processo mediatico sono, anzitutto, che la sentenza precede il dibattimento, sia quello nelle aule giudiziarie, che magari nemmeno ci sarà, sia quello sui giornali; e che le sentenze sono sempre due: una di condanna piena e senza appello, una di assoluzione di pari portata.

Nel caso che in queste ore appassiona i guardoni di mezza Italia e di alcune Capitali straniere le due sentenze, con la relativa pena da scontare, sono già state pronunciate. La prima stabilisce che il Cavaliere ha superato ogni limite di decenza e la pena prevista sono le dimissioni da Presidente del Consiglio dei Ministri, in modo da far tornare la sinistra e Casini al Governo.

E’ stata emessa anche la sentenza opposta. Stabilisce che i giudici di Milano non sono competenti ad indagare e vanno puniti perchè hanno violato la legge e perfino la Costituzione mettendo su, con i nostri soldi, un sofisticato apparato tecnologico d’intercettazione del traffico nella villa di Arcore, calpestando la privacy di persone che per ora non sono state accusate di alcun reato.

Chi ha ragione e, soprattutto, quale delle due sentenze, con relativa pena, sarà applicata? Se ci rifacciamo ai precedenti nessuna delle due: il Cavaliere non si dimetterà ed i giudici di Milano proseguiranno indisturbati il loro estenuante tentativo di arpionarlo e picconarlo.

Se fossimo un Paese normale tutto sarebbe diverso: ci sarebbe il segreto istruttorio e verrebbe rispettata la privacy di chi non è imputato; il processo si svolgerebbe in Tribunale e non sui giornali e la sentenza alla fine sarebbe una sola: di condanna o assoluzione.

Invece da noi è del tutto logico che, mischiando i fatti della Giustizia con quelli della Politica, l’indomito Pierferdinando Casini dica che a questo punto o Berlusconi si dimette o si va alle elezioni anticipate. Anche se quanto detto da Casini ha tutta l’aria di un bluff, contiene un briciolo di verità per l’Italia: gli unici giudici di un processo mediatico non possono essere che i lettori o, meglio, gli elettori. Solo che dopo le elezioni tutto ritornerà come prima. Perché siamo un Paese anormale.